Ciao a tutti, sono Laura.
Ieri sera mi sono trovata a ripensare a quanto le notizie dei recenti cataclismi che hanno devastato il Nepal non siano soltanto bollettini di cronaca, ma ferite che spalancano squarci su dinamiche umane che tendiamo a dimenticare. È stato proprio questo a farmi prendere in mano un libro rimasto per anni sullo scaffale. Mi riferisco a “Venduta” di Patricia McCormick, apparso in lingua originale con il titolo “Sold” nel 2006 e giunto in Italia grazie a Sperling e Kupfer.

➡️ Link per “Venduta” di “Patricia McCormick” [https://link.amazon/B03xhBmS8]
Questa opera, pubblicata esattamente vent’anni fa, si colloca nel cuore della produzione della giornalista e scrittrice americana come il vertice di inchiesta narrativa e sensibilità sociale. Ricordo chiaramente l’impressione che ebbi inizialmente di trovarmi di fronte a un testo per giovani per via della forma in versi liberi e dei brevi capitoli che compongono la struttura, ma era chiaramente un giudizio superficiale subito smentito dall’impatto visivo della copertina con quel volto d’ombra e lo sguardo incastrato nell’oscurità che anticipa la durezza del contenuto.
La vicenda si sviluppa tra le vette povere del Nepal e le stradine soffocanti di Calcutta, muovendosi attraverso gli occhi della piccolissima Lakshmi, una ragazzina di tredici anni la cui vita viene spazzata via non solo dalla furia della natura che distrugge il misero raccolto di riso della famiglia, ma soprattutto da una povertà sistemica che corrode ogni senso morale e spinge il patrigno, roso dal vizio del gioco e dalla disperazione, a venderla a un trafficante con la promessa di un impiego come domestica in città. La trama si snoda con un ritmo al contempo rarefatto e incalzante, facendoci entrare nell’intimità psicologica di una protagonista che conserva una purezza commovente finché non si ritrova reclusa nella casa delle case, un bordello gestito dalla spietata Mumtaz dove la sua infanzia viene strappata con una violenza metodica. Nel riflettere sulla condizione psicologica di Lakshmi e sul sottotesto sociale dell’opera, non ho potuto fare a meno di tracciare un parallelismo con certe atmosfere cinematografiche crude come quelle del film “Aida degli alberi” per la delicatezza spezzata dei personaggi femminili o con le dinamiche di sopraffazione analizzate nel saggio economico e sociologico di Amartya Sen sul valore della dignità umana, scoprendo come la scrittura della McCormick sappia trasformare un tema scabroso in un’architettura poetica priva di morbidose concessioni al patetismo.
Giunta all’ultima pagina ho avvertito una stretta al cuore unita al desiderio profondo di condividere questa lettura con chiunque cerchi storie capaci di risvegliare le coscienze, consapevole di come le mie passate analisi sui classici della letteratura e sugli studi di economia sociale abbiano guidato il mio sguardo verso le dinamiche del debito e del ricatto familiare piuttosto che sul semplice dramma individuale. Questa esperienza di lettura cambierà sicuramente il modo in cui mi accosterò in futuro alla letteratura di testimonianza.
Portare dentro di me la voce di Lakshmi ha persino influenzato le mie giornate successive tra la macchina da cucire e i lavori nei campi, stimolando in me la voglia di dedicare un futuro progetto di scrittura proprio alle figure femminili dimenticate che lottano in silenzio per preservare la propria umanità quando il mondo intorno a loro sembra crollare.
Alcuni spunti di riflessione:
* In che modo la povertà estrema arriva a ridefinire i confini della morale all’interno di una comunità o di un nucleo familiare?
* La scelta dell’autrice di utilizzare capitoli brevissimi e una prosa poetica aiuta ad assimilare un tema così crudo o rischia di addolcirlo?
* Quanto la conoscenza dei contesti geografici ed economici reali influenza la nostra empatia verso i personaggi di una storia di finzione?
LAURA
Rispondi