“La quarta verità” di Ian Pears

Ciao a tutti, sono Laura e oggi torno nelle rassicuranti pagine di un mistero scritto bene.

Quando Elena mi porta un libro scovato tra le cataste di libri usati e bistrattati, sento sempre il sapore di un piccolo appuntamento con il destino, di un’avventura capitata per caso e, quindi, ancora più elettrizzante. Adesso è stato un guizzo che mi ha portata a scoprire Ian Pears (un autore meritevole di maggior fama di quella che ha) e un suo romanzo cardinale della sua produzione.

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L’edizione italiana intitolata “La quarta verità” si presenta con un impatto visivo sobrio ma suggestivo, anche se riflettere sul titolo originale, “An Instance of the Fingerpost”, apre prospettive interpretative decisamente più profonde, poiché quella definizione, che richiama la logica filosofica di Francis Bacon e l’immagine di un cartello segnaletico a un bivio che indica l’unica via corretta tra molte false, racchiude l’essenza stessa della struttura narrativa.



Pubblicato originariamente nel 1997 e inserito in una collana che valorizza la complessità della narrativa storica d’autore, il romanzo si colloca come il capolavoro della produzione di Ian Pears, dimostrando una maturità espressiva che va ben oltre il classico mystery d’ambientazione e che trova una sua prima chiave di lettura proprio negli elementi preliminari del volume, come il colophon e le citazioni iniziali, che spesso tendiamo a saltare ma che in questo caso specifico ha assolutamente senso leggere prima di immergersi nel testo per impostare la giusta predisposizione mentale verso una narrazione che fa dell’ambiguità il suo fulcro.

Ci troviamo catapultati nella Oxford del 1663, un microcosmo affascinante e tormentato in cui la recente Restaurazione monarchica cerca di gettare un velo di ordine sulle ferite ancora aperte della guerra civile e dove la nascita della scienza moderna si intreccia indissolubilmente con la superstizione, la teologia e gli intrighi politici di una società in profonda trasformazione. La trama ruota attorno alla morte misteriosa di un docente del College, un presunto avvelenamento che funge da catalizzatore per l’indagine, ma la vera genialità dell’opera risiede nella sua struttura quadripartita, in cui quattro personaggi diversi offrono la propria testimonianza sugli stessi identici eventi. Ogni narratore possiede una psicologia complessa e un’agenda personale ben precisa, partendo da un medico veneziano convinto dell’infallibilità della nuova scienza per passare attraverso un giovane gentiluomo ossessionato dal riabilitare il nome del padre, un matematico crittografo legato ai servizi segreti e infine uno studioso che sembra possedere una visione più limpida degli eventi.

Questo schema narrativo frammentato sfida continuamente il lettore a decostruire la verità, rallentando volutamente il ritmo per permettere di assaporare i dettagli e creando inevitabili parallelismi mentali con un capolavoro cinematografico come “Rashomon” di Akira Kurosawa o con le atmosfere colte e cospiratorie de “Il nome della rosa”, opere in cui la percezione della realtà si rivela un prisma ingannevole e sfaccettato.

Questa lettura mi lascia con una profonda gratitudine: in primo luogo per la pazienza che un volume così denso richiede e che mi ha dato modo di “silenziare” la frenesia della quotidianità; ma anche perché le mie letture passate di romanzi storici hanno trovato qui un nuovo e insuperabile termine di paragone, tanto da influenzare radicalmente le mie scelte future spingendomi a cercare altri lavori di questo autore e a pretendere un maggiore approccio psicologico dai thriller che sceglierò in futuro.

Ringrazio la casa editrice Longanesi che ha saputo scommettere su una prosa così ricca e articolata.
Ammetto che perdersi tra le dinamiche di questa Oxford secentesca ha stimolato moltissimo la mia immaginazione narrativa, regalandomi nuove idee per strutturare i punti di vista divergenti nei miei progetti di scrittura e risvegliando al contempo i miei interessi legati alla psicologia della percezione e all’analisi economica del potere, elementi che cerco sempre di esplorare sia nella mia quotidianità sia nei miei viaggi mentali e reali attraverso la storia.

Laura

Alcuni spunti di riflessione:
1. In che modo la nostra interpretazione della verità storica viene influenzata dai pregiudizi personali e dal contesto sociale di chi la racconta?
2. La nascita della scienza moderna nel Seicento ha davvero liberato l’uomo dalla superstizione o ha semplicemente creato nuove forme di dogmatismo?
3. Fino a che punto siete disposti ad accettare un narratore inaffidabile all’interno di un romanzo prima di sentire il bisogno di una verità oggettiva?

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