Ciao a tutti, sono Elena.
Nel bar dove lavoro, il bancone corre lungo il lato sinistro rispetto all’ingresso. Chi entra deve voltarsi per trovarselo davanti. Sul bancone ci sono diverse zuccheriere, distribuite lungo tutta la sua lunghezza. Non esiste più la grande zuccheriera comune che avevamo prima del Covid: da allora abbiamo scelto di sistemare piccoli contenitori con tovaglioli e bustine di zucchero in vari punti, così che ogni cliente possa averne uno a portata di mano.
Eppure c’è una cosa che ho notato nel tempo.
La zuccheriera più vicina alla porta è sempre la prima a svuotarsi. Quelle successive si consumano gradualmente sempre meno. L’ultima, quella più interna e leggermente nascosta, spesso rimane quasi piena.
Ogni giorno la scena si ripete identica.
All’inizio pensavo fosse soltanto una questione pratica. In parte lo è. Molti dei nostri clienti hanno fretta. Entrano, ordinano un caffè al volo, tengono d’occhio l’orologio e il binario del treno. Alcuni finiscono la colazione mentre stanno già pensando alla corsa che li aspetta. È naturale che scelgano il posto più vicino all’uscita, quello che permette loro di ripartire un secondo prima.
Ma osservando quelle zuccheriere mi è venuta in mente una riflessione che va oltre il bancone del bar.
Forse siamo tutti un po’ attratti da ciò che è più immediato, più visibile, più facile da raggiungere.
Prendiamo la prima cosa che troviamo davanti a noi. Raramente ci spingiamo qualche passo più in là per vedere se esiste altro.
È un meccanismo che conosce bene anche il marketing. Nei supermercati i prodotti che si vogliono vendere di più vengono collocati all’altezza degli occhi, perché la maggior parte delle persone tende a fermare lo sguardo lì. Per guardare più in alto o più in basso serve uno sforzo in più.
Ma forse questo non vale soltanto per gli acquisti.
Forse vale anche per le relazioni, per le amicizie, per le persone che incontriamo.
Spesso chi è più appariscente, più sicuro di sé o semplicemente più visibile cattura immediatamente l’attenzione. È la “zuccheriera vicino alla porta”: la prima che vediamo, la più accessibile.
Poi esistono persone diverse. Magari sono più riservate, meno rumorose, meno abituate a mettersi in mostra. Restano un po’ più in disparte. Non attirano lo sguardo al primo colpo.
Eppure, proprio come quella zuccheriera che rimane piena all’estremità del bancone, non significa che abbiano meno da offrire. Anzi.
Semplicemente richiedono qualcosa che oggi sembra diventato raro: il tempo di cercare.
Forse la profondità funziona così.
Non si trova all’ingresso. Non è la prima cosa che incontriamo. Non sempre è quella che si nota subito.
Bisogna avere voglia di fare qualche passo in più.
E ogni volta che riempio quelle zuccheriere, mi sorprende pensare che una piccola bustina di zucchero possa ricordarmi quanto spesso, nella vita, ci fermiamo alla superficie senza accorgerci di ciò che rimane nascosto appena un po’ più in là.
Elena
Che bella riflessione… Hai proprio ragione, è una buona similitudine con la profondità, o meglio con quanto sia necessario fare quel “passo in più” per non fermarsi alla superficie, alla prima impressione.
In pochi, mediamente, fanno quel passo in più. Sembra strano😅