Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un romanzo che ho preso per un richiamo quasi magnetico. Si tratta di “Ritorno a Bug Hollow” di Michelle Huneven. Mi ha dato subito l’impressione di essere una di quelle narrazioni che esplorano la densità del lutto senza cedere al sentimentalismo.
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Prima ancora di addentrarsi nella trama vale la pena soffermarsi sul colophon e sulle note iniziali, scoprendo non solo la dedica d’amore verso Altadena o il fatto che alcune parti siano apparse sulla rivista “StoryQuarterly”, ma soprattutto una clausola etica stimolante che vieta l’uso del testo per l’addestramento delle intelligenze artificiali, una scelta che sottolinea come nessuna macchina potrebbe mai replicare la specificità umana del dolore dei Samuelson, l’odore di eucalipto o il vapore solforoso delle sorgenti calde, trasformando questi elementi in una mappa sensoriale da tenere presente prima di leggere io romanzo.

La storia si sviluppa attraverso una struttura multi-prospettica che è il pilastro su cui l’autrice edifica l’intero racconto, facendoci muovere a partire dalla metà degli anni settanta, un’epoca di transizioni in cui il diciottenne Ellis, soprannominato El Greck per la sua somiglianza con il Cristo di El Greco, scompare verso la costa per stabilirsi in una comune isolata nella fitta boscaglia delle montagne di Santa Cruz.
Attraverso le voci alternate di Sally, Julia, Sib, Yvette, Katie ed Eva, l’autrice dimostra come il lutto non sia un evento statico ma un processo polifonico che cambia ritmo a seconda di chi lo osserva, mostrandoci la trasformazione di una famiglia borghese scossa da una fuga che mette a nudo ogni nevrosi domestica.
La Huneven scolpisce archetipi di una complessità disarmante, a partire dalla madre Sib, una figura la cui rigidità funge da armatura contro un alcolismo silenzioso, simboleggiato da quel tumbler verde di Hawaiian Punch corretto con vodka.
Sib incarna la contraddizione di chi trova mille volte più facile essere un’insegnante stimata per lo studente Sandro Grolio piuttosto che una madre comprensiva per la figlia Katie, muovendosi in netto contrasto con il marito Phil, un ingegnere capace di trovare l’acqua dolce nel mare, e con Julia, il vero fulcro morale dell’opera.
La trasformazione di Julia da artista bohémienne a CEO non è un tradimento ma un’evoluzione guidata dal coraggio di cedere la figlia neonata Eva ai genitori dell’uomo che amava. Questa sorta di adozione de facto si compie dopo che la tragedia irrompe spezzando la giovinezza di Ellis, che muore annegato in un laghetto artificiale incastrato sul fondo tra i rami sommersi, lasciando un’eredità che ridisegna i confini della parentela e trascina il racconto fino agli anni novanta, quando il senso di imminenza e terrore accompagna la crescita di Eva e la sua ricerca del college diventa un riflesso speculare del fatale inizio universitario del padre.
La prosa della Huneven è un esempio sublime di come rendere iconici oggetti comuni come i burger di tofu e funghi preparati da Ellis o la luce fluorescente e tremante della cucina di Altadena, creando un contrasto potente con il bagliore scintillante della morte e la lucentezza opale dell’oceano californiano.
Il ritmo narrativo è dettagliato ma resta fluido e si ispira apertamente sia ai grandi romanzi della domestic fiction come Elizabeth Strout o Anne Tyler, sia a certi capolavori del cinema indipendente come le atmosfere rarefatte di “The Portrait of a Lady”, un parallelismo esplicito poiché la stessa Eva si trova a scrivere una tesina su quel testo, creando un gioco di specchi sulle scelte e sui destini femminili.
Una trasposizione cinematografica ideale dovrebbe giocare proprio sul contrasto visivo tra l’oscurità polverosa della loggia originale degli anni settanta e l’ironia commerciale della Daydream Bed-and-Breakfast degli anni novanta con le sue porte color rosa, traducendo la mercificazione del trauma e contrapponendo il fumo del barbecue a Dhahran alla shivering light delle stanze di Altadena.
Emerge con forza il tema del lutto non elaborato, che si manifesta nell’alcolismo di Sib o nel mutismo elettivo del giovane Sandro, lasciando che la metafora dell’acqua dolce rimanga l’unico punto di luce in una narrazione altrimenti dominata dal sale e dall’ostilità del destino.
Verso la fine, il romanzo giunge a una commovente conclusione emotiva legata alla dispersione delle ceneri di Ellis, un momento di riconciliazione tra la vita e la morte che mi ha spinta a guardare alle mie letture passate con una nuova consapevolezza e che influenzerà sicuramente le mie scelte future.
Laura
Devo menzionare l’approccio low-key del personaggio del dottor Love nel trattare il mutismo dando valore alla gentilezza nella psicologia e la dimensione della cura e dell’isolamento vissuta da Sally, che da adulta si ritira in campagna a fare la sarta, ricordandoci che il dolore non si supera ma si integra nel sé interiore.
Alcuni spunti di riflessione:
1. In che modo la fuga di un figlio o di un fratello ridefinisce i confini e le regole non scritte di un nucleo familiare apparentemente stabile?
2. Come influiscono gli spazi fisici, come la casa isolata nel bosco di Bug Hollow o la natura selvaggia, sulla nostra percezione di libertà e di isolamento emotivo?
La storia sembra avvincente e piena di spunti interessanti. Grazie per il consiglio, Laura.
Non lo conoscevo, me lo segno subito! 🙂