Ciao a tutti, sono Laura e bentornati sul nostro blog. Oggi vorrei parlarvi di un libro terminato il primo maggio. È una lettura che mi ha lasciato addosso una sensazione densa — un misto di fascino estetico e una sottile, inquietante claustrofobia. Mi riferisco a “Mine-haha, ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle” di Frank Wedekind.
Ho visto questo titolo su un gruppo di lettura online e mi ha incuriosita. A posteriori, confesso che sono stata fuorviata dall’autrice del post perché il libro è tutt’altra cosa rispetto a quanto ella avesse segnalato (un giorno in cui sarò in vena di polemiche magari parlerò anche di queso). Ho recuperato una copia nuova – usata aveva prezzi improponibili, digitale irreperibile – che fu stampata nel 2005, ma tradotta originariamente nel ’75 e possiede quel sapore di linguaggio curato che amo profondamente. L’edizione include un saggio di Roberto Calasso, faro indispensabile per orientarsi nelle acque torbide della letteratura mitteleuropea.
Nato nel 1864, Wedekind è l’autore che molti associano alla carica dirompente del teatro che influenzò Bertolt Brecht. Esploratore dell’erotismo e delle dinamiche di potere, nonché mente dietro la “doppia tragedia” di Lulu, in questo breve romanzo del 1903 utilizza l’espediente del manoscritto ritrovato. Il racconto si apre con una doppia soglia: l’introduzione del redattore che riceve il testo e quella della protagonista, ormai anziana, decisa a fissare la propria storia sulla carta.
Colpisce il modo in cui lei si presenta, dichiarando un disprezzo viscerale per le *bas-bleu*, le “calze blu”. Il termine un tempo indicava con ironia le donne saccenti e letterate — si diceva che le calze blu fossero segno di trascuratezza, come se l’intelletto rubasse spazio alla cura di sé. La narratrice rifiuta quell’etichetta, eppure sente il bisogno impellente di scrivere per se stessa, per dare voce a una realtà rimasta nel silenzio.

La vicenda si svolge quasi interamente dentro al “Parco”, un luogo sospeso e privo di coordinate geografiche. È una sorta di orfanotrofio d’élite dove le bambine giungono nude, chiuse in ceste di vimini, prive di passato. La voce narrante ricorda l’infanzia come un tempo di eterna estate. Scrive infatti:
> “Della mia prima fanciullezza non ricordo nemmeno un giorno di pioggia. E nemmeno riesco a ricordare che sia mai venuto l’inverno. […] Vedevo soltanto la luce del sole che passa attraverso fitte foglie verdi. Il verde è per me il colore della felicità, non quello della speranza. Sono troppo vecchia per immaginarmi ancora la speranza con un qualche colore, dal momento che non ho motivo di nutrire più alcuna speranza particolare.”
Questa riflessione sulla vecchiaia stringe il cuore. Per lei il verde non rappresenta l’attesa di ciò che verrà, bensì la pienezza di ciò che è stato. Si tratta, però, di una pienezza artificiale. In questo isolamento le bambine restano esseri sospesi, invisibili al mondo esterno. L’educazione è puramente fisica: danza, movimento, armonia. È un’estetica della perfezione che nasconde una carenza morale. Non esiste futuro per chi non è “riconosciuto” , le ragazze svaniscono nel nulla dalla sera al mattino, mentre chi disobbedisce o tenta di sbirciare oltre il muro viene condannata a restare serva per sempre, invecchiando precocemente fino a diventare un mostro agli occhi delle nuove allieve.
L’uso cromatico nel testo è affascinante. All’interno del Parco dominano il bianco e il giallo, simboli dell’ingenuità dei corpi in movimento. Tuttavia, non appena subentra la consapevolezza e nasce il desiderio di vedere “fuori”, il clima muta bruscamente. Arrivano l’inverno, il freddo, la pioggia e i pesanti mantelli marroni. La realtà cessa di essere un quadro impressionista e si fa solida, dura, teatrale.
Il titolo stesso, “Mine-haha”, non riceve spiegazione se non in una postilla finale del redattore, che lo traduce come “Acqua ridente” in una lingua indigena americana. Mi chiedo se non sia un riferimento ai loro giochi d’acqua o, forse, un’ironia amara su una gioia superficiale — fluida come un ruscello ma priva di radici. Il sottotitolo, aggiunto dal redattore fittizio, suona quasi come un insulto: è una sintesi parziale che manca l’orrore sottile di una crescita programmata in vitro.
Esiste un adattamento cinematografico del 2005, un fallimento che la critica ha giustamente ignorato. È comprensibile: rendere su schermo un’atmosfera di così rarefatta oppressione senza scivolare nel banale mistero è un’impresa quasi impossibile.
Chiudo il libro con una sensazione ambivalente. Provo ammirazione per la scrittura lucida di Wedekind, ma anche una profonda tristezza per queste persone sospese che non possiedono una storia propria, solo una coreografia impeccabile. Mi domando quanto conti andare oltre la superficie delle cose, quando quella superficie è così bella da abbagliare.
**Qualche spunto per parlarne insieme:**
La felicità può davvero esistere in un luogo privo di memoria e di prospettiva, o è soltanto una forma di narcosi? La distinzione tra il verde come colore della felicità e non della speranza vi ha mai sfiorato? Preferireste vivere un presente perfetto senza domani o un presente difficile ma colmo di possibilità?
Infine, cosa pensate dell’educazione puramente estetica descritta da Wedekind? Può un corpo armonioso nascondere un’anima oppressa?
Link per l’acquisto ➡️ https://amzn.to/4tcSZwy
Vi aspetto nei commenti. Un abbraccio,
Laura
Questo è un libro davvero molto interessante sia per lo stile ma soprattutto per la tematica della felicità. E questo è un concetto interessante. Alla fine effettivamente se la tua vita è stata vissuta in un ambiente ristretto senza conoscere cosa c’era fuori in molti tendono ad adattarsi e quindi ad abituarsi di quel poco che hanno. In un certo senso è una sorta di Caverna di Platone.
Vero, anche questo è un argomento vastissimo su cui riflettere. Grazie di aver condiviso questo spunto