Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi porto tra le pagine di “Cronache di un gatto viaggiatore” di Hiro Arikawa.
Il libro è arrivato nella mia libreria in un momento di estrema stanchezza e l’ho approcciato con quella punta di sospetto che riservo sempre ai libri che hanno un animale come protagonista (temendo sempre il rischio di un’antropomorfizzazione eccessiva o, peggio, di un sentimentalismo zuccheroso).
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Pubblicato originariamente in Giappone nel 2012, il romanzo segue un viaggio fisico ed emotivo attraverso il territorio nipponico. La struttura è molto semplice. Nana è un gatto randagio dall’intelligenza vivace che viene adottato da Satoru. Dopo anni di convivenza felice, per motivi che restano inizialmente avvolti in una nebbia di mistero, Satoru deve separarsi da lui e inizia un viaggio per trovare a Nana una nuova casa tra i suoi vecchi amici d’infanzia e di gioventù.
La voce di Nana è quella che domina: è una prospettiva esterna all’umano, ironica, a tratti orgogliosa, ma profondamente lucida. Attraverso gli occhi del gatto, l’autrice ci restituisce i frammenti della vita di Satoru, costruendo un andamento retrospettivo*l che ci permette di ricostruire un passato fatto di perdite, legami indissolubili e una gentilezza che definirei quasi eroica.
Uno dei nuclei tematici più forti è sicuramente la gestione dell’addio. Il viaggio di Satoru non è solo una ricerca di sistemazione per il suo compagno a quattro zampe, ma un vero e proprio pellegrinaggio di riconciliazione con la propria storia. Ogni tappa – che sia la visita a un vecchio compagno di scuola o a un parente – diventa l’occasione per riflettere sulla natura dell’amicizia e su come i legami, anche quelli interrotti dal tempo o dalle incomprensioni, restino impressi nella nostra geografia emotiva.
C’è poi una riflessione bellissima sul paesaggio come specchio dell’anima. Il Giappone che scorre fuori dal finestrino del furgoncino d’argento – dal mare alle montagne, fino ai campi di fiori – non è solo uno sfondo, ma una partecipazione della natura al destino dei protagonisti. Mi ha ricordato molto quell’approccio orientale che ho ritrovato anche in certe letture di ambientazione cinese (anche se qui con una nitidezza e una delicatezza che mancano talvolta in altri autori più “commerciali”), dove il dettaglio quotidiano diventa universale.
Non vi nascondo che il finale è un colpo di tristezza, ma un po’ mitigata, luminosa. La sensazione finale è quella di aver assistito a una piccola epifania sulla fedeltà. Nana non è solo un animale, è il testimone di una vita che, pur nella sua brevità o nelle sue difficoltà, ha avuto un senso profondo perché è stata condivisa.
Chiudendo il libro, mi sono chiesta quanto spesso ci dimentichiamo di guardare il mondo con la semplicità di chi non ha bisogno di possedere nulla, se non la vicinanza di chi ama.
Laura
Alcuni spunti di riflessione:
1) Nel libro, Nana osserva che gli esseri umani complicano tutto con le parole, mentre i legami più forti spesso non ne hanno bisogno. Secondo voi, nella nostra società così “chiacchierata”, abbiamo perso la capacità di comunicare con la sola presenza?
2) Il viaggio di Satoru è un modo per scegliere a chi affidare ciò che ha di più caro. Se doveste pensare a un vostro “tesoro” (non necessariamente materiale), chi sarebbero le persone che compongono la vostra mappa degli affetti più sicuri?
3) Il finale ci interroga sulla qualità del tempo rispetto alla sua quantità. Cosa rende, secondo voi, una vita “compiuta” nonostante le perdite?
Che idea carina questa, me lo segno