C’era una volta una foresta che si trovava su nessuna mappa, perché era un luogo magico che apparteneva alle fiabe. Passava di lì Babbo Natale e aveva fermato la slitta tra due abeti, di quelli che ricordano tutto e non raccontano mai niente. Aveva appoggiato il sacco a terra, si era tolto i guanti uno alla volta e, con un sospiro, aveva guardato il cielo in cerca di una risposta che attendeva da secoli. In quel momento, tra i rami e le ombre, una voce senza corpo scivolò nell’aria.
«Dimmi, vecchio portatore di doni, chi è il più stanco del reame?»
Babbo Natale non si voltò: conosceva quella voce e provava un po’ di antipatia per il suo interlocutore. «Specchio della regina», disse infine, «sei sempre ossessionato dal confronto. Io non misuro la stanchezza, la sopporto e basta.»
Lo specchio si palesò, sospeso tra due tronchi, ma senza supporto. La sua superficie non rifletteva il volto rubicondo di Babbo Natale, ma immagini di bambini che crescevano troppo in fretta, desideri che cambiavano forma appena venivano esauditi, pacchi regalo aperti senza meraviglia. «Una volta», mormorò lo specchio, «bastava essere i più belli. Ora nessuno sa cosa desidera davvero.»
Prima che Babbo Natale potesse rispondere, un fruscio spezzò il silenzio. Dalle ombre della foresta emerse un lupo, grande e con il pelo ingrigito dal tempo, non più l’animale famelico e forte della gioventù, ma una creatura che aveva imparato a osservare prima di agire e a pensare prima di parlare. Si sedette e guardò i due con gli occhi ridotti a fessure.
«Se parliamo di desideri sbagliati», disse il lupo, «io ne so qualcosa. Ho passato la vita a interpretare il cattivo, a fare la parte che tutti si aspettavano da me, finché un giorno ho capito che a nessuno il perché dei miei denti “grandi” .»
Babbo Natale sorrise, un sorriso stanco ma sincero, e fece cenno al lupo di avvicinarsi. «Io consegno sogni confezionati», disse, «tu incarni le paure. E tu», aggiunse rivolgendosi allo specchio, «sei la voce che alimenta l’ossessione. Forse siamo qui perché le persone stanno cambiando, le fiabe non vengono raccontate e non sanno più cosa farsene di noi.»
Lo specchio si offuscò leggermente, attraversato dal dubbio. «Le regine non mi chiedono più chi è la più bella», confessò, «mi chiedono come restare giovani, come diventare “virali” e come non essere dimenticate dall’algoritmi. Vedo un’ansia che non so nominare.»
Il lupo annuì lentamente. «E io non riesco più a mangiare nessuno», disse con una franchezza che spiazzava, «vedo solo gente attraversare il bosco senza guardarlo, senza capire che è un luogo di passaggio, una metafora del percorso per definire sé stessi.»
Per un po’ nessuno parlò, anche la foresta non produceva nessun rumore. Poi Babbo Natale si alzò, si rimise i guanti e sollevò il sacco con un gesto che aveva perso la sua solennità. «Forse il nostro compito ora», disse, «non è più insegnare chi è buono o cattivo, bello o brutto, retto o deviato. Forse dobbiamo solo restare, come testimoni, e ricordare che le storie non servono solo a insegnare, ma soprattutto a farsi delle domande.»
Lo specchio si opacizzò, come se avesse accettato di non dover più rispondere. Il lupo si alzò e, prima di sparire tra gli alberi, si voltò indietro con un mezzo sorriso. «Allora ci rivedremo», disse, «quando finalmente qualcuno avrà bisogno di una fiaba che non finisce.»
La slitta ripartì senza campanelli, ma da qualche parte, forse, un bambino stava per ascoltare una storia un po’ diversa, senza sapere che Babbo Natale, uno specchio e un lupo stanco avevano deciso di lasciargli più libertà per immaginare.
Laura
Molto bella