“La vedova di Hong Kong” di Kristen Loesch

Link per l’acquisto ➡️ https://amzn.to/4a7WMVr

Ciao a tutti, sono Laura e ho iniziato la lettura de “La vedova di Hong Kong” sapendo già più di quanto avrei dovuto, perché ho letto la nota dell’autrice prima del romanzo, nonostante il suo stesso invito a evitarla, e questa scelta ha influenzato profondamente la mia lettura, trasformandola fin dall’inizio in una ricerca di conferme, di segnali, di ritorni tematici annunciati in anticipo. La nota funziona come un avvertimento e come una chiave, perché svela senza troppi scrupoli il cuore del libro, dichiarando apertamente che si tratta di una storia di fantasmi che non abitano le case ma le coscienze, di presenze che non bussano alle porte ma si annidano nei ricordi, nelle fratture della memoria, in ciò che crediamo concluso e invece torna a chiedere spazio.

Il romanzo si muove su più piani temporali e geografici, con una struttura molto ordinata che non lascia nulla al caso, passando dalla Seattle del 2015 alla Cina tra il 1937 e il 1948, fino a Hong Kong nel 1953, e ogni capitolo è introdotto da un chiaro inquadramento spazio-temporale che orienta il lettore e rende il continuo slittamento non solo comprensibile ma quasi necessario. La scelta del punto di vista accompagna questa costruzione con coerenza, perché l’infanzia di Mei in Cina è raccontata in prima persona, filtrata da una mente bambina che percepisce il mondo in modo frammentario, emotivo, spesso più vero proprio perché incompleto, mentre le parti adulte sono narrate in terza persona, sia nel passato sia nel presente, creando una distanza che sembra rispecchiare il modo in cui, crescendo, si impara a guardare la propria storia come se appartenesse anche a qualcun altro.

Il tono è intimo e il ritmo lento, ma mai davvero stagnante, perché l’autrice non indulge in inutili dilatazioni e riesce a mantenere una scorrevolezza costante, sostenuta da una scrittura che preferisce suggerire piuttosto che spiegare. Molto spazio è dato ai riferimenti culturali e alle tradizioni, che emergono attraverso dettagli quotidiani come la festa delle barche drago o la figura del caramellaio ambulante che richiama i clienti battendo due tavolette di legno, immagini che hanno la forza di rendere vivo un contesto senza trasformarlo in cartolina.

La Seconda guerra mondiale resta sullo sfondo ma non per questo è meno presente, perché viene raccontata attraverso il disagio della vita quotidiana, la paura diffusa, la precarietà costante e i tentativi di reagire a un mondo che cambia senza chiedere permesso, ed è in questo contesto che prende forma uno dei nuclei più interessanti del romanzo, l’idea che quando si può avere ciò che si vuole si comincia a desiderare l’impossibile, come se la mancanza fosse un motore più potente della soddisfazione. Anche le sedute spiritiche, pur inserite in un contesto orientale, non hanno nulla di esotico e ricordano in tutto e per tutto quelle della tradizione occidentale, una scelta che sembra voler sottolineare come certi rituali attraversino le culture senza perdere il loro significato profondo.

Uno dei temi centrali è quello della possessione messo in dialogo diretto con la demenza senile, attraverso la figura dell’attrice Holly Zhang che nel romanzo appare come posseduta, mentre nella realtà narrata soffre di una perdita progressiva della memoria, e in entrambi i casi la coscienza sembra spostarsi altrove, lasciando il corpo come una casa abitata da qualcosa che non risponde più alle leggi consuete. I libri, in questo quadro, diventano una linfa vitale, una forma di resistenza e di orientamento, come se leggere fosse un modo per continuare a esistere quando il resto vacilla, e da qui nascono domande che attraversano silenziosamente tutto il romanzo, su come si vive la vita, su come si continui a camminare anche quando non si vede la strada, su come si possa provare a cambiare il futuro pur senza riuscire a immaginarlo davvero.

Chiudendo “La vedova di Hong Kong” ho provato una sensazione simile a quella lasciata dal precedente romanzo di questa autrice, una lieve ma persistente delusione, perché il libro è piacevole, ben costruito, ricco di spunti e atmosfere, ma sembra promettere più di quanto riesca a mantenere. Ho avvertito una certa vaghezza nella restituzione della cultura orientale, soprattutto se confrontata con la profondità e la sicurezza con cui l’autrice affrontava il mondo slavo, ambito in cui appariva decisamente più a suo agio. Resta però l’idea dell’incontentabilità come motore dell’evoluzione, personale e narrativa, forse il vero fantasma che il romanzo ci invita a riconoscere e con cui, volenti o nolenti, siamo costretti a convivere.

Rispondi

Creato su WordPress.com.

Su ↑

Scopri di più da ◦ ღ ☼ Elena e Laura ☼ ღ ◦

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere