Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un libro che è arrivato in maniera un po’ traversa tra le mie mani. Tempi fa, me ne aveva parlato Elena che lo aveva visto al mercatino dell’usato, ma io non lo avevo voluto. Però, l’altro giorno l’ho trovato in eBook con prime reading e ho deciso di leggerlo.
Era un pomeriggio di pioggia e questo libro prometteva una storia a confine tra fede, potere e inganno.

Il romanzo di Carmella Lowkis è ambientato nella Parigi del Settecento dove religione e superstizione convivono: esistono donne capaci di “leggere” o manipolare le anime, figure che si muovono ai margini della società ma che, proprio per questo, diventano indispensabili. Non sono né sante né streghe ma qualcosa di più ambiguo, quasi delle intermediarie tra ciò che gli uomini dichiarano di credere e ciò che in realtà temono.
Ciò che colpisce, leggendo, è la maniera in cui il romanzo costruisce lentamente un’atmosfera di sospetto. Non siamo di fronte a una narrazione frenetica ma la tensione nasce dal non detto. I personaggi si osservano, si studiano, mentono con piccole variazioni della verità. La città stessa diventa una specie di palcoscenico morale e appare come un organismo vivo, attraversato da correnti di potere invisibili: conventi, case private, confessionali, luoghi dove l’anima dovrebbe essere salvata ma dove, in realtà, viene venduta e comprata.
Leggendo ho pensato spesso a quanto la letteratura ami tornare sull’idea antica che vede l’anima come oggetto di scambio. È un’immagine che attraversa i secoli. Dal patto di Faust fino alle narrazioni gotiche dell’Ottocento, la domanda resta sempre la stessa: cosa succede quando qualcosa che dovrebbe essere sacro diventa merce? Il romanzo di Lowkis non risponde direttamente e preferisce mostrare la zona grigia in cui il bisogno umano — di consolazione, di perdono, di potere — rende possibile ogni manipolazione.
Dal punto di vista stilistico il libro possiete una certa eleganza, senza effetti spettacolari, ma l’ambiguità morale dei personaggi fa scena. Nessuno è completamente innocente e nessuno è davvero mostruoso. Le cosiddette “trafficanti” non appaiono come figure malvagie nel senso più banale del termine, sembrano donne che hanno imparato a usare le regole di un mondo già corrotto.
Mentre leggevo mi è tornato in mente un episodio curioso, accaduto anni fa durante una visita a una piccola chiesa di campagna. C’era un confessionale di quelli in legno scuro e accanto qualcuno aveva lasciato un biglietto piegato. Non l’ho aperto, naturalmente, ma ho pensato a quante confessioni passino attraverso quei luoghi. Tutto raccontiamo le nostre colpe a qualcuno che deve crederci sulla parola che può essere sincera o meno.
Rimane indefinito il sentimento che lascia la lettura. Non è il brivido di un thriller né la solidità di un romanzo storico. Forse la consapevolezza che certe strutture mentali non cambiano molto nel tempo, che le epoche cambiano, ma l’essere umano continua a cercare qualcuno che gli dica chi è davvero.
Per questo le “trafficanti di anime” non appartengono soltanto alla Parigi del Settecento. In forme diverse, continuano a esistere ogni volta che qualcuno promette (e si permette) di interpretare l’anima degli altri. Il romanzo, sotto la superficie, parla infatti di controllo. Controllo sulle coscienze, sulle credenze, sui sensi di colpa. Chi riesce a interpretare l’anima degli altri possiede una forma di potere immensa, forse persino più pericolosa del potere politico.
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Laura
Per un attimo pensavo ci fosse una omonimia di titolo con un altro romanzo, ma ho controllato e quello è “Il trafficante di sogni”. Non sono nemmeno dello stesso genere. Questo sembra veramente interessante.
Lo è se ti piace analizzarne i sottintesi e soprattutto le dinamiche sociali che inducono a credere e ad affidarsi a queste cose. A me è parso interessante da questo punto di vista .