“La bambola di porcellana” di Kristen Loesch

Ciao a tutti, sono Laura e oggi con “La bambola di porcellana” di Kristen Loesch parlo di uno di quei romanzi che promettono genealogie, oggetti simbolici e storie. Leggendo prima la nota finale (so che non si dovrebbe, so che gli spoiler abbondano, eppure per me il romanzo comincia lì, nel luogo in cui l’autrice smette di fingere di non esistere) capisco che la Loesch mi conosce: indirizza la nota a «chi, come me, ama conoscere le storie che stanno dietro una storia». Scoprire da dove nasce un romanzo, quali ossessioni lo attraversano, quali libri lo hanno nutrito, per me non è un di più ma parte integrante della lettura, quasi necessaria.

Questo ha contribuito alla delusione, forse. La premessa era forte, colta, intrigante: studi slavistici solidi, attenzione al contesto storico, dichiarazioni d’amore per la letteratura russa e per la scrittura clandestina sotto Stalin. “Il dottor Živago”, “Lolita”, “Guerra e pace” citato apertamente, Anna Karenina evocata senza essere nominata. Tutto lasciava presagire un romanzo che avrebbe osato di più, soprattutto sul piano simbolico e strutturale. Invece, una volta entrata nella storia, ho avuto spesso la sensazione che l’ambizione dichiarata non trovasse una forma narrativa altrettanto valida.



Il titolo stesso apre una questione che il romanzo sfiora ma non risolve fino in fondo. La bambola di porcellana non è la matrioska. La matrioska è di legno, si apre, contiene altre bambole e obbedisce a una logica organica: la Madre e il Seme, la maternità come continuità, la fertilità come trasmissione. Si pensa derivi dalle scatole cinesi, ma è stata reinterpretata culturalmente come allegoria della genealogia e della sopravvivenza. La china doll in porcellana, invece, è un oggetto fragile, ornamentale, pensato per essere guardato, non aperto. Sta nelle case come segno di status, di accoglienza, di bellezza esposta. Questa distinzione non viene realmente sfruttata nel testo.

La struttura del romanzo è divisa in tre linee temporali e narrative: Mosca 1916–1917, la Russia che precede la Rivoluzione; il secondo dopoguerra, con la figura della madre; e il presente, negli anni Novanta, tra Londra e Mosca, con Raisa/Rosie che indaga, ricerca, scopre. Una scelta legittima, ma che qui produce una narrazione spesso frammentata, spezzata in molte sezioni brevi che non sempre trovano una necessità interna. Le tecniche narrative non sono neutre, funzionano come strumenti matematici, validi solo se applicati al problema giusto. Qui ho avuto la sensazione che la frammentazione non fosse così necessaria.

Le tre linee, però, hanno nature diverse e questo è uno degli aspetti più interessanti. Il segmento ambientato nel passato remoto, con Tonja e Valentin, ha una qualità quasi fiabesca, allegoria e sembra voler incarnare la storia russa stessa: l’amore come resistenza, il matrimonio come contratto sociale, l’idea che già stima e rispetto siano una forma alta di tenerezza in un contesto di durezza estrema. Il presente è in prima persona ed è il tempo della ricerca e della coscienza, quello in cui il lettore cammina accanto alla protagonista. Il passato intermedio, quello della madre Katja/Ekaterina, porta con sé il peso della sopravvivenza, della cura, del silenzio.

Il romanzo tocca temi potentissimi: il Gulag, la repressione culturale, i testi “orfani” nascosti dentro altre opere per salvarli, la memoria olfattiva che ricorda Proust, persino il cannibalismo nominato con due termini diversi per distinguere tra il nutrirsi dei morti e quello dei vivi. Ci sono immagini che restano, come quella del kefir dato ai malati: semplice, digeribile, ricostituente. Un cibo umile che diventa gesto di resistenza.

Eppure, proprio quando il libro sembra avvicinarsi a una riflessione più radicale sulla fiaba, arretra. L’autrice afferma che le fiabe non esistono, ma io ho letto altro nel suo scritto: le fiabe raccontano la realtà.

Fa riferimento ad Afanas’ev e a “Vasilisa la Bella con la bambola che Vasilisa tiene in tasca e che non è un oggetto magico qualsiasi ma rappresenta la sua interiorità, la sua capacità di giudizio, la sua voce interna. È lei, non un talismano esterno. Questo avrebbe potuto essere il cuore simbolico del romanzo.

Nelle fiabe russe l’anima viene spesso nascosta negli oggetti, come in Kaščej l’Immortale, che per non morire spezza la propria vita in contenitori esterni. Pensare a questa figura, dentro di me, crea inevitabilmente il parallelo con gli Horcrux di Harry Potter.

Alla fine ho chiuso il libro con la sensazione di un’occasione parzialmente mancata. La premessa era ricca, le fondamenta solide, ma lo sviluppo ha seguito binari fin troppo riconoscibili per una saga generazionale. Non un brutto romanzo, ma un romanzo che avrebbe potuto essere più coraggioso nel lasciarsi contaminare fino in fondo dalla fiaba, dalla simbologia, dall’ombra.

Laura

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