Ciao a tutti, sono Laura.
Ho scelto di leggere “Luisa” di Paola Jacobbi nonostante fosse entrato da poco fra i libri della mia TBR. È stata la copertina, in primis, a portarmi verso il libro, poi anche il fatto di conoscere già la storia della Perugina mi ha spinta a volerne sapere di più, non tanto sull’aspetto industriale quanto su quello umano.
L’autrice, giornalista di professione, adotta una scrittura pragmatica che ben si presta alla narrativa biografica. Il testo lavora su più piani: vite, epoche, responsabilità che si passano di mano in mano. Non a caso il volume è accompagnato da una doppia postfazione firmata dai discendenti, Nicoletta e Aldo Spagnoli, che orientano la lettura verso un tema centrale: la continuità di una visione imprenditoriale portata avanti da tre generazioni di donne capaci di far valere la propria voce in contesti storicamente maschili. Un dettaglio apparentemente marginale – Luisa che guida un’auto nel 1923 – diventa così un gesto simbolico, una manifestazione di autonomia.

Aldo Spagnoli, in particolare, introduce una luce interessante che attraversa tutto il libro come attraversò tutta la vita di Luisa: la capacità di fissare un obiettivo e immaginare una strada per raggiungerlo. E qui emerge anche una definizione di impresa lontana dal solo profitto ma che significa ispirare, creare, lasciare al mondo qualcosa di positivo. Una dichiarazione che trova un curioso riscontro anche nella mission ufficiale di Perugina: creare un cioccolato dal gusto autentico, capace di evocare emozione, bellezza e sorpresa, legandosi a ciò che ciascuno sente come più vero e personale (è quanto dichiarato sul sito perugina.com a seguito di una mia personale ricerca).
Il romanzo copre un arco storico ampio – dall’Italia di fine Ottocento alla fine del Novecento – con un narratore esterno che cambia punto di vista di capitolo in capitolo. Ogni sezione è intitolata con il nome del protagonista del momento e l’anno di riferimento, una scelta che rende la lettura dinamica ma anche volutamente frammentaria, perché la storia di Luisa non è mai solo sua: è sempre intrecciata a quella della famiglia, dell’azienda, del contesto sociale.
Luisa emerge fin dalle prime pagine come una donna consapevole di sé. Sa di non essere la più bella, né la più raffinata, ma non fa del confronto con le altre donne una misura del proprio valore. Colpisce una frase in particolare, in cui si dice orgogliosa del fatto che Annibale abbia scelto il suo carattere prima della sua bellezza. È una dichiarazione che chiarisce subito l’indole del personaggio: forte, determinata, brillante.
Il libro non elude gli ostacoli giuridici e culturali dell’epoca. Le leggi italiane sulla cittadinanza degli oriundi e, soprattutto, il Codice Civile del 1865 – che impediva alle donne sposate di compiere atti giuridici senza l’autorizzazione del marito – sono richiamati con chiarezza. Memorabile la scena in cui Luisa esce “con l’anima spezzata” da una stanza piena di uomini in cappello e marsina, gentili in apparenza ma intimamente convinti che una donna fosse una presenza fuori luogo . Un disprezzo che spesso, come ritorna anche in molte altre letture, nasce dalla paura: temere importa il voler escludere, fermare, privare di potere.
In questo senso, la Perugina diventa anche un laboratorio sociale. Durante la guerra, quando le donne sostituiscono la manodopera maschile, l’azienda risponde creando un asilo interno per i figli delle lavoratrici. Non solo: vengono allestiti spazi educativi, con insegnanti di economia domestica, in dialogo implicito con i movimenti per i diritti e il lavoro femminile che in quegli stessi anni si sviluppano in Inghilterra e Francia (di cui Luisa si mostra entusiasta e curiosa).
Il lato creativo di Luisa emerge spesso “per sbaglio”: lo zucchero caramellato per un errore che diventa ingrediente del cioccolato di punta, le nocciole sbriciolate in modo imperfetto che diventeranno i celebri Baci, inizialmente chiamati “cazzotti”.
Accanto all’imprenditrice c’è sempre la donna concreta, legata alla terra, agli animali, all’orto, che più tardi inventerà le caramelle Rossana e si dedicherà alla sartoria e all’allevamento dei conigli d’angora.
Non manca la dimensione affettiva: il rapporto con Buitoni, che la valorizza, la ascolta, le propone idee nuove, in un contesto – Parigi – dove finalmente nessuno chiede se siano sposati o quanti anni li separino. Lontano da Perugia, definita senza indulgenza come un luogo di “streghe bigotte”, Luisa può sperimentare una libertà diversa.
Nel complesso, lo stile di Jacobbi è scorrevole, mai lento, ma la scelta di sviluppare la narrazione su più piani produce una frammentazione che richiede attenzione. Non è un difetto, quanto una dichiarazione di metodo: questa non è una storia lineare, ma un mosaico.
“Luisa” restituisce il ritratto di un momento di transizioni della storia italiana, filtrato attraverso l’esperienza di una donna che ha saputo essere imprenditrice senza rinunciare alla propria natura. Una figura resistente e brillante, che resta, per me, un esempio da seguire.
Laura
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