“Le stelle brillano più forte” di Rami Abou Jamous

Ciao a tutti, sono Laura e oggi mi trovo a parlare di un argomento importante e per  nulla semplice.

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In un tempo in cui il conflitto viene spesso tradotto in cifre e mappe operative, “Le stelle brillano più forte” si impone come un documento che obbliga a cambiare postura cognitiva. L’ingresso in questo libro non avviene per curiosità editoriale, ma per necessità interpretativa: comprendere Gaza non solo come teatro bellico, bensì come spazio umano sottoposto a una pressione sistemica di cancellazione. Rami Abou Jamous, giornalista e fondatore della “Maison de la Presse”, scrive da una soglia rara e scomoda: è insieme osservatore e padre che tenta di preservare l’infanzia sotto assedio. La sua testimonianza non integra la cronaca ma la disinnesca, mostrando ciò che le statistiche non possono mostrare: la fenomenologia quotidiana della resilienza.



Il volume, pubblicato da Libreria Pienogiorno nella collana “Gaza. Vie”, è un oggetto denso già a livello paratestuale. Il titolo attua una trasfigurazione poetica: nel cielo di Gaza, dominato da droni e caccia, le stelle diventano l’unico elemento di permanenza capace di resistere al bagliore delle esplosioni. L’opera si colloca nel genere della memoria di guerra, ma nasce da una genesi multimediale peculiare: messaggi WhatsApp inviati dall’autore ai colleghi francesi, poi ricomposti in un diario continuo. La copertina, con tre bambini in silhouette che corrono in uno specchio d’acqua sotto un cielo che scivola nel notturno stellato, stabilisce fin da subito il conflitto centrale tra infanzia e distruzione. La dedica alle vittime del “gazacidio” e la citazione di Mahmoud Darwish (“Rendimi le stelle dell’infanzia”) fissano il manifesto etico del libro: restituire volto e continuità a ciò che la guerra tenta di ridurre a numero. La traduzione di Sara Puggioni mantiene la precisione diaristica di un testo che copre il periodo 2023–2025, fino alla nascita di Ramzi.



L’architettura narrativa segue la geografia dello sfollamento forzato: dalla Torre Ghalayini a Gaza City all’ospedale Al-Shifa, fino ai campi di Rafah e Deir al-Balah. Il perno emotivo e strutturale è Sabah, la cui resilienza è già stata forgiata dalla guerra del 2014, quando perse marito, genitori e fratello a Sajaya. Rami assume un ruolo paterno esteso: per Walid, di tre anni, e per i figli maggiori di Sabah, incarnando il concetto di “sumud”, la fermezza che non coincide con la passività. Il presente narrativo imprime urgenza; il bilinguismo dell’autore, con il francese come lingua dell’intimità e della mediazione culturale, diventa strumento per tradurre l’indicibile al lettore occidentale. Il ritmo alterna l’immediatezza dei bombardamenti alla stasi spossante della vita sotto la tenda “Fierezza”, acquistata al mercato nero per 3.500 shekel. Lo stile, asciutto e documentaristico, funziona come argine contro la cancellazione della storia palestinese.

Il testo dialoga costantemente con la memoria della Nakba. La circolarità del trauma emerge nella figura di Souleimane, suocero dell’autore, nato nel 1948 e morto nel 2024, durante quella che Rami definisce una “seconda Nakba”. La biografia individuale diventa emblema di una condizione collettiva. Centrale è la “bella bugia”: chiamare i bombardamenti “fuochi d’artificio”e insegnare a Walid a salutare i droni. Non è finzione letteraria, ma una strategia di protezione psichica. La sedia di plastica capovolta che diventa banco di scuola segna il punto in cui il giornalismo si riappropria del racconto e il fixer diventa protagonista della propria storia.

Il libro possiede una visualità intrinseca. Le descrizioni del fumo che tinge il cielo di rosso, i paracadute degli aiuti umanitari, i crateri delle bombe, evocano un immaginario che l’autore stesso avvicina a Star Wars. Le immagini girate con il cellulare — tipo Walid con uno zaino di Batman pagato 150 shekel tra le macerie — sono già una forma di cinema della realtà: crudo, antispettacolare, capace di sfidare la narrazione ufficiale senza ricorrere al pietismo.

Dal punto di vista analitico, il libro affronta nodi importanti. L’autore cita il sistema di intelligenza artificiale “Lavender”, programmato per “accettare” un numero predeterminato di vittime civili per bersaglio militare. La delega della decisione di morte a un algoritmo rappresenta una soglia etica inquietante. Parallelamente, l’economia dell’assedio trasforma beni elementari in strumenti di controllo: il tabacco diventa moneta, l’acqua una scelta morale quotidiana. La privazione non è solo logistica, ma guerra psicologica mirata al collasso della dignità. A questa logica, Rami oppone l’atto simbolico di nominare il figlio Ramzi, sfidando l’oblio.

“Le stelle brillano più forte” è un atto di resistenza intellettuale autonomo. Il suo valore risiede nella capacità di convertire l’orrore in consapevolezza, senza estetizzarlo. È una lettura necessaria per studiosi di relazioni internazionali, operatori umanitari e giornalisti, ma anche per chiunque voglia comprendere come la dignità familiare possa opporsi a un sistema tecnologico di annientamento.

La lettura modifica lo sguardo. Dopo aver seguito Rami nella ricerca di una cartella per Walid, la geopolitica non può più essere ridotta a dati. Il lettore diventa custode di una memoria: quella di Souleimane, della nascita di Ramzi, della scuola immaginaria sotto la tenda.

Il libro apre traiettorie di lavoro trasversali: sull’economia della tenda e del baratto; sulla pedagogia dell’innocenza; sull’etica dell’IA applicata alla guerra; sulla psicologia della resilienza e della “bella bugia” come meccanismo di difesa. Documentare l’indicibile è un dovere e jn questo equilibrio fragile, le stelle continuano a brillare.

Laura

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