“Novecento” di Alessandro Baricco

Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di un libro che non era nella mia lista da leggere, ma lo avevo in libreria: un volume minuscolo, quasi schiacciato tra tomi più ambiziosi e più voluminosi. “Novecento” stava lì, discreto, senza la fretta di essere scelto. Forse proprio per questo ho deciso di dargli una possibilità. Andava conosciuto, nulla più.

Pubblicato nel 1994, “Novecento” di Alessandro Baricco nasce dichiaratamente come testo per il teatro. L’autore lo definisce una “storia da leggere ad alta voce”: non una sceneggiatura, ma nemmeno un romanzo nel senso tradizionale. È una forma ibrida che vive di oralità, ritmo e presenza scenica. La struttura lo conferma: indicazioni di scena, ingressi sul palco, momenti musicali o puramente gestuali scandiscono il racconto.

Il contesto storico-geografico è elemento centrale: un transatlantico che attraversa l’oceano nel corso del Novecento. Uno spazio chiuso, mobile, separato dalla terraferma, che diventa l’unico mondo possibile per il protagonista. A raccontare la storia è un narratore interno, palese, testimone diretto dei fatti. La realtà prende forma attraverso il suo sguardo e Novecento esiste soprattutto così, come figura raccontata.



Il protagonista è un’identità negata. Non ha un vero nome, non ha patria, non ha legami duraturi. È chiamato Novecento, come un’epoca intera, ma vive fuori dal tempo comune. Non scende mai dalla nave. Non costruisce radici, solo “compagni di traversata”, incontri destinati a dissolversi. La sua vita è tutta lì, in quello spazio che per altri è solo mezzo.

Il cuore del testo sta nel desiderio e nella rinuncia. Novecento sa che la vita è immensa, che il mondo è vasto oltre il bordo della nave. Il desiderio di cambiare, di conoscere, di toccare la terraferma lo sfiora più volte. Emblematica è la storia del contadino che vede il mare per la prima volta: un’epifania gridata, un inno alla vita che si spalanca. Anche Novecento vorrebbe provare quell’istante assoluto. Pensa di farlo scendendo dalla nave, guardando il mare dalla terra. Ma non ci riesce. La consuetudine lo trattiene, la routine diventa confine invalicabile. Il mondo, per Novecento, è troppo grande e l’infinito, quando non ha limiti, paralizza.

Nel 1998 Giuseppe Tornatore ne ha tratto il film “La leggenda del pianista sull’oceano”, amplificando visivamente ciò che nel testo resta essenziale.

Il ritmo e lo stile riflettono l’origine teatrale dell’opera. Tutto è costruito per essere detto e ascoltato, più che letto in silenzio. Personalmente, questa scelta formale non mi ha convinta perché le indicazioni di scena e la costruzione molto dichiarata interrompono l’immersione emotiva. .

Eppure “Novecento” aveva ragione a stare lì, piccolo, in libreria. È una storia che parla di un mondo troppo vasto e di chi sceglie un solo luogo per restare intero.

Laura

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