Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un libro che ho letto in viaggio verso Cipro e che mi ha portata ancora più a est.
“Omicidio a Mizumoto Park” di Tetsuya Honda mi ha portata in Giappone ma non esattamente lì, bensì in quello spazio un po’ scomodo dove il giallo non è più solo un genere narrativo ma diventa un oggetto culturale che cambia forma attraversando lingue, mercati e sensibilità diverse.
Il romanzo nasce in Giappone nel 2006 con un titolo che rimanda alla notte e alle fragole, un’immagine apparentemente gentile eppure ambigua, “Strawberry Night”. È una scelta profondamente giapponese: la metafora come scorciatoia emotiva, il simbolo che suggerisce invece di spiegare, il colore e il cibo come strumenti narrativi.
Quando il libro viene tradotto e distribuito all’estero, però, qualcosa cambia. In area anglosassone diventa “The Silent Dead”, un titolo che mette in primo piano la morte, la minaccia, il corpo. È una trasformazione che racconta molto del mercato di riferimento dove la lettura è diffusa, immediata, spesso orientata alla riconoscibilità del genere. Il titolo deve funzionare come un cartello stradale e non come un enigma. Non è una semplificazione ingenua, ma una diversa idea di fruizione del testo.

L’Italia si colloca in una posizione intermedia e, forse, più fragile. Per anni è stato sufficiente il colore giallo della copertina a identificare il genere mentre oggi quel codice non basta più e il titolo diventa uno strumento di marketing, spesso aggressivo. Il rischio è che il romanzo orientale venga uniformato a un’idea di “giallo” che poco ha a che fare con la sua struttura originale e la domanda sorge spontanea: stiamo adattando un libro a un pubblico diverso o lo stiamo privando della sua voce?
La Francia, poi, sceglie una terza via. “Rouge est la nuit” mantiene il colore e la notte, conserva un legame simbolico con l’originale e accetta una certa dose di ambiguità. È una scelta editoriale che sembra fidarsi del lettore, lasciandogli spazio per interpretare e dare un senso più individuale, più personale, al romanzo.
Dal punto di vista narrativo, Honda costruisce una struttura particolare. Il romanzo è diviso in cinque parti, ognuna introdotta dalla voce del colpevole in prima persona. È una scelta vincente, perché restituisce consapevolezza, background e disagio: il criminale sa quello che fa, conosce il proprio dolore e questo sposta l’attenzione dall’enigma alla psiche. Tuttavia, questa impostazione indebolisce la tensione investigativa perché il punto di vista di Reiko, utilizzato nel resto del testo, è concomitante e non onniscente, ma il lettore spesso sa ancora prima che la detective abbia le intuizioni.
Il risultato è un giallo più narrativo che investigativo, più interessato al percorso interiore che all’incastro logico.
Reiko, però, è un personaggio che merita attenzione. Giovane detective in un contesto lavorativo altamente competitivo, porta sulle spalle il peso di aspettative sociali precise. La questione dell’età, l’etichetta della “zitella”, l’idea che una donna debba sempre dimostrare qualcosa in più per ottenere lo stesso riconoscimento di un uomo attraversano il romanzo come una corrente sotterranea.
Mi torna in mente una recente puntata di Doi podcast dove la metafora della torta alle fragole, dolce tipico natalizio giapponese, trova estensione: come per le torte passato il 25 dicembre, sembra che nessuno voglia più una ragazza con “venticinque natali”.
La frase in cui Reiko ammette che ogni errore veniva giudicato più severamente di quelli dei colleghi maschi è forse una delle più oneste del libro. Qui Honda tocca un nervo scoperto, mostrando come la bravura femminile non sia mai data per scontata, ma debba essere continuamente riaffermata.
Anche la rappresentazione della psiche disturbata è ambigua. Depressione, depersonalizzazione, autolesionismo non sono usati come elementi sensazionalistici, ma come territori di confine. Il romanzo pone implicitamente una domanda difficile: per trovare i criminali è meglio comprenderli, entrare in sintonia con loro, o mantenere una distanza fredda e analitica? L’empatia è uno strumento o un rischio?
Honda sembra suggerire che l’empatia sia inevitabile, ma non sempre salvifica. Comprendere non significa assolvere, eppure esporsi troppo al dolore altrui può confondere i ruoli. Carnefice e vittima finiscono per specchiarsi, e alcuni tratti psicologici vengono volutamente accentuati fino a diventare quasi simbolici. È qui che ho avvertito una certa forzatura, come se l’identità emotiva dei personaggi rischiasse di trasformarsi in un marchio.
Alla fine della lettura, la sensazione è chiara: “Omicidio a Mizumoto Park” non è uno dei migliori gialli che abbia letto, soprattutto se si cercano indagini serrate e deduzioni complesse. È però un romanzo interessante come documento culturale, come ritratto di una detective che paga il prezzo di in un sistema che la vorrebbe plasmabile.
Ora tocca a voi: amate i gialli più psicologici o, come me, preferite quando l’indagine non cede troppo spazio alla narrazione interiore? Confrontiamoci sui titoli, sulle traduzioni, sull’empatia verso i colpevoli e sul confine sottile tra comprendere e giustificare.
Laura
Vi segnalo quest’altra recensione dello stesso libro: https://laviniamorano.wordpress.com/2024/08/27/omicidio-a-mizumoto-park-di-tetsuya-honda/
Grazie!
Grazie a voi per la risposta! 🙂
Mi piace la digressione sulle diverse traduzioni del titolo, mi incuriosiscono queste cose avendo fatto il linguistico.
Io mi ci perdo spesso e mi sento pazza
No, a me affascina molto questo aspetto, non sei l’unica 🤓