“Coraline” di Neil Gaiman

Ciao amici del blog, sono Laura e oggi vi parlo di un libro che ho letto a metà dicembre, in viaggio.
Si tratta di “Coraline” di Neil Gaiman, una lettura che si infila bene nelle crepe dell’inverno: breve, apparentemente semplice, ma capace di lasciare addosso una sensazione persistente, come quando ci si accorge che qualcosa di familiare non lo è più del tutto.

“Coraline”, pubblicato nel 2002, viene spesso definito horror gotico per ragazzi e qui l’orrore non nasce dal sangue o dalla violenza esplicita, ma dalla destabilizzazione causata dalla somiglianza imperfetta. Dal “quasi”. Coraline è una bambina alle prese con genitori distratti e con una casa nuova che non sente sua. Tutto è ordinario e riconoscibile finché non compaiono l’altra casa, l’altra madre e l’altra versione del mondo. Un doppio che non è mai del tutto spiegato e che non ha bisogno di esserlo.

Il romanzo è ambientato in un presente anglosassone indefinito, volutamente normale. Il narratore è esterno ma aderisce al punto di vista di Coraline e questo rende il lettore prigioniero del suo sguardo: vediamo solo ciò che lei vede e capisce. Ad esempio, l’altra madre appare come una versione migliorata di quella reale: più attenta, più presente, più “premurosa”: cucina, prepara e accudisce. Ma questa cura ha qualcosa di innaturale, di calcolato e anche se non sappiamo perché capiamo che è sbagliato.



I bottoni al posto degli occhi sono il simbolo più noto del libro. Non servono a spaventare, per Coraline accettarli significa rinunciare alla possibilità di scegliere e dubitare. È una cecità che viene proposta come comodità, come prezzo per la felicità. Ma ciò che sembra migliore può essere, in realtà, più pericoloso di ciò che è imperfetto.

Il cibo è un elemento ricorrente e assume un significato simbolico: la vera madre non cucina mentre l’altra madre offre piatti perfetti, sempre pronti e desiderabili. Ma non è nutrimento, è una forma di seduzione, un modo per creare dipendenza.

Il gatto è la figura liminale del romanzo, quella che attraversa i mondi senza appartenere del tutto a nessuno dei due. Nell’altro mondo parla e lo fa con una frase che racchiude uno dei nuclei tematici del libro: gli animali non hanno nome perché sanno chi sono, gli esseri umani sì perché spesso non lo sanno. Il nome diventa così strumento di identità ma anche di potere. Dare un nome significa definire, circoscrivere e talvolta dominare. La domanda che resta è: “chi siamo, davvero, quando qualcuno cerca di dircelo al posto nostro?”

“Coraline” non è un libro che genera riflessioni immediate. È denso, a tratti oscuro, e richiede accompagnamento, soprattutto per un lettore giovane. Non perché sia eccessivo, ma perché lavora per simboli e per inquietudini non esplicitate. È una storia che parla di autodeterminazione senza proclami e di coraggio come capacità di dire no a ciò che sembra perfetto.

La trasposizione cinematografica animata, realizzata con la partecipazione di Gaiman, accentua l’aspetto visivo e fiabesco, ma il romanzo resta più freddo, più ambiguo, meno rassicurante.

Se avete letto “Coraline”, o se lo ricordate solo come una storia “per ragazzi”, vi invito a rileggerlo con occhi diversi. E se non lo conoscete, provate ad attraversare quella porta con attenzione: non tutto ciò che vi aspetta dall’altra parte è ciò che sembra.

Laura

3 pensieri riguardo ““Coraline” di Neil Gaiman

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