Ciao a tutti, sono Laura.
Alcuni libri raccontano una storia mentre altri portano ad analizzare il modo stesso in cui le storie vengono raccontate. “L’avvelenatrice di uomini” appartiene alla seconda categoria. È un testo che lavora su una tendenza contemporanea molto diffusa, quella della romanticizzazione della strega, della donna marginale, dell’eretica trasformata in icona ribelle. Qui, però, la strega non è solo una vendicatrice glamour, ma è anche una creatura tragica, incastonata in un mondo di paura, miseria, controllo e violenza.

Il contesto storico è quello del Seicento, tra Palermo, Roma e Napoli, in un’Italia segnata dalla peste, dall’isteria collettiva e dalla necessità costante di trovare un colpevole umano al posto dell’orrore invisibile del contagio. La storia insegna che quando la morte diventa incomprensibile, il bisogno di spiegazione si trasforma rapidamente in persecuzione. È lo stesso meccanismo che Manzoni descrive per gli untori: la folla non cerca la verità, cerca una superficie su cui proiettare il terrore.
E, dopo il solito richiamo ai “Promessi sposi”, torniamo al fulcro della recensione.
Il romanzo mostra come la figura dell’avvelenatrice nasca dall’intreccio tra marginalità femminile, saperi proibiti, povertà e solitudine. Ma c’è quasi una glorificazione del gesto criminale. Il veleno diventa uno strumento eroico, anziché rimanere un atto disperato dentro un sistema che non offre vie di uscita. La protagonista rischia di essere un feticcio glamour sebbene venga lasciata nella sua ambiguità morale, nella sua responsabilità e nel suo dolore.
“L’avvelenatrice di uomini” non riscatta la sua protagonista e proprio per questo la rispetta. Non le concede un’aura mitica che la renderebbe nuovamente utilizzabile come immagine, come bandiera, come slogan. La lascia nel territorio scomodo della tragedia.
Il romanzo non offre riparazioni retroattiva, ma riscrive la storia per renderla accettabile ai nostri occhi contemporanei. Mostra che alcune ferite non vengono chiuse, ma solo trasmesse e che la memoria non serve a consolare, ma a riconoscere quando il passato rischia di continuare nel presente.
In questo senso, l’avvelenatrice non è soltanto un personaggio storico, ma diventa una figura-limite della memoria: una di quelle presenze che esistono ai margini del racconto ufficiale e che continuano a disturbare proprio perché non si lasciano addomesticare. Non è lì per insegnarci come essere liberi, ma per ricordarci quanto spesso la libertà femminile sia stata immaginata come colpa. Non è lì per offrirci modelli, ma per costringerci a fare i conti con una genealogia di esclusioni che arriva fino a noi.
Questo, dunque, è un romanzo che ho letto controcorrente non perché io rifiuti la revisione del passato dal punto di vista delle donne, ma perché rifiuto la scorciatoia della mitizzazione. Restituisco alla strega la sua densità umana, che è fatta anche di scelte sbagliate, di responsabilità, di paura e di perdita. Non tutto ciò che è stato vittima può diventare automaticamente eroina, perché rischiamo che questo passaggio comporti una nuova forma di tradimento.
Cosa pensate del trend attuale di riscrivere la storia dal punto di vista delle protagoniste lasciate in secondo (o terzo…) piano?
Laura
Un tema molto complicato, in linea di massima sono d’accordo a dare voce alle donne della storia e renderle protagoniste, ma devi saperle caratterizzare in modo non superficiale. Tempo fa avevo letto un fantasy storico con protagonista la sorella maggiore di Wolfgang Amadeus, Anna Maria/ Nannerl Mozart, e l’idea di base era pure carina perché il titolo veniva da una sua opera perduta chiamata Il regno capovolto, che era anche il titolo del romanzo, ma il libro in sé mi ha delusa per lo sviluppo della storia in sé da ambo i lati perché Nannerl ha paura di essere obbligata a smettere di suonare, ma in realtà il padre non glielo vieta mai davvero fino alla fine della storia. Mentre Arte, il manga ispirato ad Artemisia Gentileschi, è bellissimo e lei è tosta e caparbia, ma ha anche dei momenti in cui cede e si vede che è umana
Ogni volta che mi parli del manga di Artemisia mi incuriosisco sempre di più
Mi fa piacere, esiste anche l’anime 🤓