Ciao a tutti, sono Laura, reduce da una bella lettura per bambini (e continuo a sottolineare che un tempo i bambini erano considerati “piccoli lettori”, non babbei senza cervello come li considerano editori e produttori vari al giorno d’oggi).
Durante la lettura ho annotato queste tre frasi che ho usato come punto di partenza per le mie riflessioni.
1. Quando un uomo si fa crescere i peli su tutto il viso, non si riesce più a capire che aspetto abbia in realtà.
Forse lo fa proprio per questo preferisce che nessuno lo sappia.
2. La signora sporcelli non era nata brutta. […] La bruttezza l’era cresciuta col passare degli anni. […] Se una persona ha brutti pensieri, dopo un po’ glieli leggi in faccia. E quando i brutti pensieri li ha ogni giorno, ogni settimana, ogni anno il suo viso diventa sempre più brutto, finché diviene talmente brutto che non sopporti quasi più di guardarlo.
Una persona con pensieri gentili non potrà mai essere brutta. […] le illumineranno il viso come raggi di sole, e apparirà sempre bella.
3. […] due fagotti di vecchi vestiti, due paia di scarpe e un bastone da passeggio. Null’altro al mondo era rimasto dei signori sporcelli.

A volte i libri per bambini sorprendono con una profondità che smuove strati molto adulti della nostra identità. *Gli Sporcelli*, pubblicato nel 1980 e accompagnato dalle graffianti illustrazioni di Quentin Blake, sembra una favola grottesca; in realtà funziona come un piccolo laboratorio psicologico. Ogni frase, se osservata con più attenzione, dialoga con temi che la letteratura adulta affronta da secoli: identità mutevoli, corrosione morale, destino emotivo di chi vive senza gentilezza.
La prima riflessione — quella sulla barba del signor Sporcelli — si intreccia sorprendentemente bene con *Uno, nessuno e centomila*. Pirandello mostra come l’identità sia un guscio che gli altri ci costruiscono addosso o che noi stessi modifichiamo per sopravvivere allo sguardo altrui. “Quando un uomo si fa crescere i peli su tutto il viso, non si riesce più a capire che aspetto abbia in realtà. Forse lo fa proprio per questo…” Non è solo un dettaglio comico; è una maschera. Come Moscarda, il signor Sporcelli sembra nascondersi per non essere “fissato” in un’immagine, per evitare il rischio di essere riconosciuto davvero. La barba diventa il simbolo di un’identità difensiva: invece di mostrarsi, si confonde; invece di definire i contorni, li fa sparire. Pirandello avrebbe sorriso, credo, nel vedere come Dahl restituisce questo dramma psicologico in forma di caricatura.
La seconda frase, dedicata alla metamorfosi della signora Sporcelli, permette un’altra connessione letteraria. L’idea che la bruttezza possa “crescere” nel tempo su un volto dove prima non c’era richiama le parabole morali di Dickens, in cui il carattere modella l’aspetto — si pensi a personaggi come Scrooge o Uriah Heep, il cui volto incarna la loro distorsione interiore. Dahl afferma che i “brutti pensieri” si depositano sul viso come uno strato permanente; è un modo semplice per dire che le emozioni abituali riplasmano il corpo. Anche la psicoanalisi freudiana e junghiana ha spesso descritto la trasformazione del volto come risultato di un lavoro interno: il risentimento irrigidisce, la paura svuota, la gentilezza illumina. La letteratura adulta ha colto più volte questo legame, da Tolstoj a Virginia Woolf, per i quali la moralità interiore prende forma nei dettagli del comportamento. Dahl ne dà una versione sintetica ma potentissima: ciò che pensi ogni giorno diventa ciò che mostri agli altri.
La terza immagine — i due fagotti di vestiti, le scarpe e il bastone come unica traccia degli Sporcelli — riecheggia un tema antico: il male si consuma da solo. Qui si può pensare a Conrad, con i suoi personaggi che si dissolvono moralmente, o a Dostoevskij, dove la perdita dell’umanità coincide con una sorta di “svuotamento” dell’essere. Anche nella tragedia greca, la hybris conduce a una fine non sempre fisica ma spesso simbolica: ci si annienta dall’interno. Dahl utilizza l’assurdo per mostrarlo ai bambini in modo tangibile. Se vivi nutrendoti di cattiveria, alla fine non resta nulla: né relazioni, né significato, né tracce di sé. Solo qualche oggetto morto.
Da queste tre immagini nascono più morali, tutte valide e interconnesse. Una riguarda l’identità: chi si nasconde dietro maschere rigide perde il proprio volto, come accade a Moscarda quando scopre di non possedere più un’unità interiore. Un’altra riguarda la qualità dei pensieri quotidiani: ciò che coltiviamo nella mente cambia il nostro modo di stare nel mondo. La più severa riguarda il destino del male: un’esistenza dominata da disprezzo e chiusura porta all’annientamento, non per punizione esterna ma per logica interna. È una legge antica, raccontata mille volte, che Dahl trasforma in un finale comico e terribile.
Questo piccolo libro, pensato per far ridere i bambini, suggerisce agli adulti una domanda più ampia: quali parti di noi stiamo nutrendo, e quali rischiamo di consumare? Un terreno fertile per esplorare la letteratura dell’infanzia come specchio della psicologia adulta.
Se vi piace questo tipo di analisi, raccontatemi quali storie dell’infanzia vi hanno colpito da grandi e proponete altri testi da indagare insieme.
Laura
Sono Cate, ho cambiato nickname. Questo libro era stato oggetto di pesanti critiche a causa della nuova traduzione tempo fa e non posso non essere d’accordo perché le scelte fatte lo snaturavano completamente. É un argomento che ho trattato in un articolo del secondo blog che uscirà prossimamente, semmai ti faccio sapere quando lo pubblicherò
Vorrei leggere il tuo articolo, puoi mettere il link?
Mandato in privato su Instagram
Roald Dahl era “politicamente scorretto” e questo era considerato un grande pregio perché finalmente si poteva scrivere qualcosa anche di disturbante o sconveniente fuori dall’ipocrisia dei classici libri educativi per bambini. Chiaramente questo comporta dei rischi, ovvero di essere pesanti, discriminatori, offensivi… quindi sulla libertà di espressione si deve lavorare, specialmente nella narrativa per l’infanzia. Ma io e i miei figli ci siamo divertiti un mondo con Dahl!
Sì, è divertentissimo nella sua scorrettezza 😂
Devo dire che proprio pochi giorni fa mio nipote di sei anni è arrivato a casa mia con una copia degli Sporcelli e mi ha chiesto di leggergli una pagina. Ebbene, si parlava di botte da orbi tra marito e moglie e non gliel’ho voluta leggere…