Ciao, sono Laura e con questo libro ho fatto finalmente il mio primo incontro con la scrittura di Laura Imai Messina, un’autrice che mi incuriosiva da tempo e che in molte occasioni mi era stata consigliata. La verità è che avevo da anni in mente quella vecchia challenge che invitava a leggere un autore con il proprio stesso nome, e forse era arrivato il momento di affrontarla davvero. In più, il richiamo del Giappone, soprattutto quello ferito dal 2011, è sempre stato per me un luogo narrativo capace di aprire spiragli inattesi. Così mi sono lasciata prendere da “Quel che affidiamo al vento”, cercando di capire se la storia di Yui e del telefono del vento potesse trovare un posto nella mia sensibilità di lettrice.
Il romanzo è ambientato dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011 e respira a fondo l’aria sospesa di un Giappone ancora attraversato dal lutto e dalle sue ripercussioni. Lì troviamo Bell Gardia, un giardino reale sulle pendici della cosiddetta Montagna della Balena, dove una cabina telefonica non collegata permette a chi ha perso qualcuno di parlare con l’assenza, di rivolgersi al vento come se potesse trasportare le parole oltre i limiti del mondo. È da questo luogo che parte il percorso di Yui, una donna che ha perso madre e figlia, e che da allora abita una dimensione di alienazione, come se una parte di sé fosse rimasta bloccata nel mare di quell’onda che ha travolto tutto. Qui incontra Takeshi, un medico che ha perso la moglie e che vive con una figlia che il trauma ha chiuso in sé. Tra loro si crea un avvicinamento lento, silenzioso, che ricorda il modo in cui ci si siede vicino a qualcuno che sta piangendo senza sapere ancora che parole usare.

La struttura del romanzo è fatta di frammenti, come un diario che raccoglie ritagli di vita: playlist, frasi appuntate, titoli di libri, elenchi della spesa, indirizzi di ristoranti, biglietti sparsi di una quotidianità minima. È un modo di raccontare che cerca di restituire la forma stessa del lutto, che non è mai lineare ma fatto di salti, discontinuità, piccoli oggetti che diventano improvvisamente simboli. Una scelta che può affascinare per come ricrea l’intimità e il caos dell’elaborazione, ma che per me non sempre ha funzionato: alcuni di questi inserti sembrano sospesi in un luogo loro, non del tutto integrati nella storia, come se la pagina si interrompesse senza che quella pausa aggiungesse davvero un nuovo strato emotivo.
La scrittura dell’autrice è dolce, attutita, quasi in punta di piedi. Accompagna i personaggi con un tocco leggero, offrendo immagini pacate del Giappone, del vento, dei gesti minuscoli che ricostruiscono la vita. È un registro che molti troveranno poetico e pudico, coerente con l’idea che il dolore non vada forzato ma lasciato respirare. Eppure, pur nella delicatezza, per me non sempre riesce a raggiungere una profondità emotiva capace di toccare davvero il punto più fragile del lettore. È come se tutto restasse controllato, smussato, distante. La storia chiama l’empatia in modo naturale, ma la voce narrativa la mantiene più in penombra che in primo piano, e questo crea una specie di scollatura tra ciò che accade e ciò che si prova.
Molto interessante è la scelta dell’autrice di non includere riferimenti al disastro nucleare di Fukushima. Nella nota finale spiega che quella tragedia ha ricevuto così tanta attenzione da rischiare di oscurare le vittime e i sopravvissuti dello tsunami e che il suo intento era di restituire spazio a quelle voci. L’autrice racconta anche il suo vero rapporto con il telefono del vento: a lungo non è riuscita a visitarlo, quasi avesse bisogno di una distanza emotiva per capire come avvicinarsi a quel luogo non come turista, ma come parte di una memoria collettiva. Questa consapevolezza è forse il cuore più autentico del romanzo: l’idea che il dolore non si osserva da fuori, si raggiunge solo quando si è pronti.
Nel suo insieme, “Quel che affidiamo al vento” è un romanzo che parla di perdita e identità, di ciò che rimane quando tutto sembra dissolto e soprattutto di come cambiano i legami quando chi amiamo non può più rispondere. Il telefono del vento non è una porta verso l’altro mondo, ma un modo per dare forma a ciò che si ha ancora da dire perché il lutto è fatto anche di parole che non abbiamo avuto il tempo di pronunciare.
Alla fine, la mia lettura è rimasta sospesa tra rispetto e distanza. Ho sentito la bellezza di molte immagini e ho apprezzato la capacità dell’autrice di costruire un Giappone emotivo, fatto di dettagli e di respiri. Ma la scrittura, per quanto garbata, non è riuscita a coinvolgermi del tutto. Mi ha dato la sensazione di essere vicina a un’emozione che non arrivava mai a compiersi del tutto, come se il romanzo preferisse restare nelle zone più luminose invece di rischiare il buio autentico del dolore. Resta comunque una lettura preziosa per chi cerca una storia di ricostruzione lenta, di silenzi condivisi, di dolori che si trasformano senza mai sparire.
Se anche voi avete letto questo romanzo, oppure se il tema del lutto narrato con delicatezza vi interessa, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti e suggeritemi altre letture che affrontano questi temi con sensibilità simile o diversa.
Laura
Grazie, me lo segno subito. Non lo conoscevo.
Molto toccante secondo me. Obbliga a lunghe riflessioni