Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi propongo una doppia intervista agli autori nonché amici Roberto Pesce e Nuccia Cavallino. Tempo fa, avevamo pubblicato l’articolo nel quale vi parlavamo del loro libro “Istanti sospesi tra mare e cielo“.

Qui, possiamo conoscerli meglio.
Iniziamo con Roberto!
1. Quando hai capito che il cielo stellato non era solo bello, ma qualcosa che avresti voluto “capire” con la vita?
Diciamo che ero piccolo, avevo sei anni ed era un pomeriggio di ottobre. Dopo pranzo facevo una breve passeggiata con mia mamma nel parco di Voltri. Vidi la Luna e mi venne una qualche curiosità. Mia madre non sapeva rispondermi e mi disse di chiederlo a mio papà, che prese un libro e me lo mise davanti. Rimasi colpito da un’illustrazione del sistema solare, coi pianeti che sembravano veri. Era un libro per ragazzi, che parlava un po’ di tutto. Divorai la parte astronomica e decisi che avrei voluto diventare un astronomo. In realtà poi sono diventato un fisico delle astroparticelle.
2. La tua formazione spazia dalla fisica astroparticellare alla musica, fino alla fotografia e alla poesia visiva. Come si intrecciano queste dimensioni nella tua esperienza quotidiana?
Diciamo che il denominatore comune di queste passioni è la “descrizione della bellezza”. Come hai detto sono delle dimensioni che ci descrivono il mondo che ci circonda. Chiaramente non mi dedico contemporaneamente a tutte queste passioni, ma passo continuamente dall’una all’altra, anche se a volte ci sono delle intersezioni come per esempio quando faccio fotografie astronomiche.
3. C’è un evento o una persona che ha segnato il tuo percorso di esplorazione scientifica o artistica, rendendolo più “tuo”?
L’elenco tenderebbe probabilmente a infinito. Dal punto di vista scientifico mi piace ricordare il compianto prof. Valerio Gracco, con le sue meravigliose lezioni. Nell’ambito artistico-musicale non posso non ricordare l’amico Agostino Chiossone che mi ha trasmesso la passione per la musica organistica e corale. Per la fotografia non posso che ringraziare Michel Freeman e le sue straordinarie guide.
4. Cosa ti ha colpito di più nella collaborazione con Nuccia Cavallino per questo libro di fotografie e haiku?
Conosco Nuccia da tanti anni, ma prima di questa esperienza non avevamo mai parlato seriamente di haiku, che avevo solo sentito nominare, o di fotografia. La cosa veramente incredibile è stato vedere come in poco tempo, anche meno di un minuto, io le mandavo una foto e lei scriveva subito un haiku che centrava pienamente lo spirito della foto. A volte era lei a mandarmi un haiku e io, anche se più lentamente, sono riuscito a pescare uno scatto adatto, a parte un caso, quello dell’immagine “Autumn hues”, in cui sono andato appositamente a scattare una foto.
5. In che modo le immagini e gli haiku dialogano con lo sguardo scientifico che hai, e quale sensazione speri suscitino nel lettore?
Secondo me le foto e gli haiku si intrecciano e si completano a vicenda. E’ quasi come se ci fosse un po’ di Nuccia nelle mie foto e un po’ di me nei suoi haiku. Il denominatore comune tra questi elementi e lo sguardo scientifico è, come già detto, la descrizione della bellezza. E’ questo che spero che venga suscitato nel lettore, una sorta di educazione alla bellezza.
6. Se dovessi descrivere il tuo libro a qualcuno che non conosce né l’astronomia né la poesia, come lo racconteresti?
Beh, intanto lo descriverei non come un libro che insegna l’astronomia o la poesia, ma che insegna ad apprezzare anche queste discipline. E’ un libro che non va necessariamente letto da cima a fondo, ma che si può anche aprire a caso soltanto per guardare una foto alla volta, magari nei momenti in cui abbiamo bisogno di staccare la spina per qualche secondo.
7. Hai partecipato a progetti di astronomia in Argentina con l’Osservatorio Pierre Auger, uno dei più vasti esperimenti per raggi cosmici al mondo. Quali sono stati i momenti più formativi lì?
La mia esperienza in Argentina è stata straordinaria. Sicuramente l’aspetto più formativo è stato lavorare con persone provenienti da tutto il mondo, dall’Australia, all’Europa all’America. Inoltre ho anche avuto l’occasione di vivere in una realtà umana, completamente diversa dalla nostra, dove il tempo scorreva senza fretta, in un ambiente molto in simbiosi con la natura, come se fosse un “istante sospeso”, dove le persone del luogo erano semplici, accoglienti e pronte ad aiutarti in tutto.
8. Come cambia l’esperienza di osservare il cielo a occhio nudo o con strumenti professionali rispetto a quella con cui osserva una comunità di astrofili?
Sono tutte esperienze diverse. A mio parere l’osservazione ad occhio nudo è quella che ti fa entrare più in comunione con le bellezze del cosmo, ti da’ una straordinaria visione d’insieme. Strumenti amatoriali, specie se condivisi in una comunità di appassionati, ti porta ad approfondire maggiormente alcuni aspetti ma si va già nel tecnico. Gli strumenti professionali, specie quelli che usavo io, ti permettono di scoprire molte cose, ma lo si fa guardando il tutto attraverso un monitor, al calduccio nella sala di controllo.
9. Cosa hai imparato lavorando con studenti e osservatori in contesti internazionali?
Oltre all’Argentina, ho avuto modo di girare parecchio in contesti scientifici. Di sicuro si impara che la scienza è condivisione, di saperi ma anche di esperienze meno scientifiche, e integrazione, è anche approfondire la cultura e le tradizioni dei luoghi in cui ci si trova. Nella comunità scientifiche, almeno nel settore fisico, ci si tratta tutti da pari, dal professore emerito della prestigiosa università allo studente non ancora laureato. Ricordo che una volta in Argentina il premio Nobel Jim Cronin mi ha persino invitato a pranzare al suo tavolo.
10. Qual è l’elemento più sorprendente o meno intuitivo di quei progetti astronomici internazionali che vorresti far conoscere a un pubblico più ampio?
A parte gli aspetti che ho già ricordato nella domanda precedente, un aspetto da conoscere è sicuramente la grande disponibilità delle persone che ne fanno parte, quanto ognuno dia anima e corpo mettendo in gioco le proprie competenze. Ancora oggi, che per ragioni lavorative non faccio più parte attiva della comunità di Auger, sono felicissimo quando vengo a sapere dei risultati ottenuti.
11. In che modo il tuo ruolo di insegnante di matematica, fisica e astronomia ha trasformato anche il tuo modo di fare ricerca o divulgazione?
Purtroppo il ruolo di insegnante, specialmente avendo anche delle mansioni gestionali da svolgere oltre a quelle didattiche, non permette più di fare ricerca seria. Insegnando e confrontandomi tutti i giorni con persone ancora ignoranti o poco interessate, credo però di aver migliorato anche il mio modo di fare divulgazione scientifica.
12. Credi che l’osservazione del cielo e la comprensione dell’universo possano essere strumenti di crescita personale o culturale per gli studenti di oggi?
Certamente. Guardare il cielo e rendersi conto di quanto siamo “piccoli” intanto è una bella lezione di umiltà. Poi quello che trovo altamente formativo è anche studiare la storia di come siamo arrivati a comprendere l’universo grazie al contributo di tanti uomini e donne. Purtroppo i programmi lasciano poco spazio a questi argomenti, ma cerco di parlarne il più possibile con i miei studenti. Piccolo consiglio di lettura “Big Bang” di Simon Singh.
13. Quali ostacoli incontri più spesso quando parli di astronomia o di scienza a chi non è del settore?
Diciamo che a scuola l’ostacolo maggiore è la preparazione iniziale degli alunni, dato che la matematica e le scienze nei primi cicli scolastici sono non solo trattate male a livello di programmazioni ministeriali, ma la cultura scientifica è costantemente sminuita dalla società a tutti i livello. Parlando di divulgazione, le cose più negative si trovano sui social network, dove molti mettono in discussione tutto con teorie del complotto o pseudoscientifiche, dalla forma della Terra alle missioni lunari, ma persino le frazioni matematiche-
14. Sei un organista autodidatta e dirigi un coro. Come la musica ti aiuta (o ti influenza) a pensare al cosmo?
Se andiamo a vedere l’Universo è una grande partitura musicale, con i suoi ritmi che proseguono da miliardi di anni. Già gli antichi parlavano di “musica delle sfere”. Ma quella che ritengo sintetizzare bene una risposta a questa domanda è la frase di Charles Marie Widor, organista francese di fine ‘800 – primi ‘900 che diceva “l’organo, racchiuso nella sua maestà originale, parla da filosofo: solo fra tutti può manifestare all’infinito lo stesso volume sonoro e in questo modo far nascere l’idea religiosa dell’infinito”. Non a caso nella colonna sonora del film Interstellar spesso viene usato l’organo.
15. Quando guardi il cielo o analizza dati scientifici complessi, senti qualche parallelo con il processo creativo musicale o artistico?
Diciamo che l’analisi dei dati scientifici di per sé è un processo molto tecnico, ma in un certo senso è arte, come è anche arte post-produrre una fotografia. L’osservazione del cielo, più che un processo creativo, lo vedo come processo contemplativo, stiamo ammirando la più bella fra le opere d’arte.
16. C’è un brano musicale che ti ha accompagnato in momenti di osservazione o riflessione sotto le stelle?
Di solito quando ascolto musica non lo faccio mai come sottofondo ad altre attività perché voglio concentrarmi sulla musica e basta, quindi non ascolto musica mentre osservo il cielo. Se volete due consigli di musica da ascoltare sotto le stelle, un po’ originali, vi suggerisco la Sinfonia in re minore di Cesar Franck e la suite “I pianeti” di Gustav Holst.
17. Osservando l’immensità dell’universo, cosa ti sorprende ancora oggi delle risposte che abbiamo trovato e di quelle che ancora mancano?
Nell’ultimo secolo abbiamo fatto passi da giganti nella comprensione del cosmo, ad iniziare dal fatto che l’Universo non si esaurisce con la nostra Via Lattea, ma contiene miliardi di altre galassie. Ma la cosa più sorprendente è che per ogni risposta trovata nascono almeno dieci domande nuove.
18. Come definiresti il rapporto tra “meraviglia” e “conoscenza” nel contesto dell’astronomia?
Direi che in questo contesto sono sinonimi. L’astronomia studia le meraviglie del cielo e approfondisce la sua conoscenza. Senza l’una non ci può essere l’altra.
19. In un’epoca segnata da disinformazione e negazionismi, quale pensi sia il ruolo della meraviglia – quella davanti a una fotografia celeste o a un haiku ben centrato – nel riavvicinare le persone alla scienza?
Ecco, il problema dei negazionisti è proprio questo, non sanno cogliere la meraviglia. La meraviglia di un mondo che obbedisce a certe leggi, quella delle missioni spaziali, o quella di un vaccino che può salvare milioni di vite. Purtroppo sono pessimista e non credo che basti una foto, specie le mie, o una poesia a curare questo male, ma ci si prova. Bisognerebbe fare una sorta di vaccino contro i negazionismi ai nostri bambini, educandoli fin da piccoli alla bellezza e alla meraviglia.
20. Se potessi inviare un messaggio ai giovani tra 15 o 20 anni che guardano il cielo per la prima volta con un semplice binocolo, quale sarebbe?
Sperando che tra 15 o 20 anni il cielo non sia stato definitivamente distrutto dall’inquinamento luminoso, direi una cosa del tipo “Avete davanti la cosa più bella e meravigliosa che esiste, impegnatevi perché non venga cancellata”
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Adesso tocca a Nuccia!
Domande introduttive sulla poetessa e il suo percorso
1. Quando hai scoperto gli haiku, cosa ti ha colpito di più di questa forma così breve ma intensa?
La brevità può essere il modo per far meno errori.
2. La tua scrittura poetica è legata a un momento, un luogo o una sensazione particolare, oppure nasce più dall’osservazione del mondo attorno a te?
Osservare la natura è una meravigliosa sensazione di benessere.
3. Come descriveresti il tuo rapporto con la natura e con il cielo prima ancora di scrivere questi haiku?
Un rapporto di complicità, talvolta di conflittualità e di gratitudine.
Domande sulla collaborazione con Roberto Pesce
4. Com’è nato il progetto di unire i tuoi haiku alle fotografie di Roberto?
L’haiku lo sento uno scatto sul pensiero, una foto della mente da far vivere sul foglio bianco.
5. Ti sei sentita guidata dalle immagini o hai scritto in libertà e poi avete trovato il dialogo tra testo e immagine?
Naturalmente lo stimolo della vista sprona a creare, però in modo libero e comunque il caro amico Roberto ha subito apprezzato è gradito i miei versi e lo ringrazio con affetto.
6. Quale haiku del libro senti più vicino alla tua voce, e perché?
Grande emozione per ciascuno degli Haiku e incredulità per vederli affiancati a tanta fotografia.
Domande sul processo creativo e la relazione con la scienza
7. Scrivere poesia davanti a un cielo stellato o a una fotografia astronomica cambia il modo in cui osservi e descrivi il mondo?
Certamente guardare il mondo in forma poetica rende tutto più leggero, più sereno, puoi rendere tutto più intinto di fantasia e positività.
8. Ti sei mai trovata a dover “tradurre” la scienza in poesia, oppure la tua scrittura resta libera dalle spiegazioni scientifiche?
Tutto ciò che ci circonda può essere poesia, anche la scienza, anche le cose più complicate si possono rendere più soffici.
9. Come bilanci la brevità dell’haiku con la profondità dei temi che vuoi comunicare?
La brevità un po’ limita, ma poi ti accorgi che se intingi dal cuore… basta quello.
Domande sulla percezione e il pubblico
10. Quando qualcuno legge un tuo haiku accompagnato da una fotografia astronomica, cosa speri provi?
Ho la speranza che la visione amalgamata alle scene visive possano donare istanti di riflessione, di novità.
11. Credi che la poesia possa aiutare a comprendere meglio la scienza o, più semplicemente, a sentire meraviglia?
Forse non meglio ma con più calore, con dolcezza tutto è più genuino e semplice.
12. Quali emozioni pensi siano universali nei tuoi haiku, al di là del contesto scientifico o artistico?
Le emozioni prima di tutto le incontriamo dentro di noi e quando si riesce a trasmetterle possono coprire l’universo.
Domande di prospettiva più ampia e finale
13. Se dovessi scegliere una parola o un’immagine che rappresenti la tua esperienza con il cielo, quale sarebbe?
Madonnina ti immagino nel blu a leggere Haiku…
14. Hai in mente nuovi progetti poetici legati all’astronomia o ad altri ambiti artistici?
Non si può sapere il futuro, mi auguro di trovare spazi sereni, e amici come Roberto che ti diano fiducia e credano in te.
15. C’è un consiglio che daresti a chi vuole avvicinarsi alla scrittura di haiku, o alla poesia in generale, osservando il mondo come tu fai?
Penso che dar consigli non sia per niente cosa facile, forse la curiosità, la voglia di ricerca la lettura in generale, si’, perché il “poeta” è un po un ladro di parole.
Grazie Laura, hai reso un po del mio tempo un diversivo affettuoso e piacevole.
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