Ciao a tutti Sono Laura e continua il mio viaggio letterario verso Venezia.
Oggi ho finito “La cortigiana” di Sarah Dunant ambientato nel 1527.
Il romanzo si apre sulle macerie del Sacco di Roma: la città è caduta, i corpi sono stati violati e in quella distruzione solo la fuga è la via percorribile da Fiammetta Bianchini, cortigiana di grande fama, e il suo servo Bucino, un nano acuto e sarcastico. I due si trascinano verso la laguna per ricominciare. Venezia, con la sua luce torbida e le sue calli che odorano di mare e segreti, li accoglie piena delle sue opportunità.
È da lì che la rinascita ha inizio — ma non una rinascita ideale, bensì una rinascita fisica, astuta, materiale, perfettamente calata nello spirito della Serenissima.

Sarah Dunant, che ama intrecciare la sensualità della storia con la lucidità dell’analisi psicologica, costruisce una trama doppia: da un lato la storia pubblica, l’Europa del Cinquecento con i suoi equilibri politici e religiosi sconvolti dalla Riforma di Martin Lutero; dall’altro la storia privata, intima, dei corpi e dei desideri che resistono. Il titolo originale, “In the Company of the Courtesan”, contiene già un’ambiguità significativa: “company” come compagnia, gruppo sociale, ma anche come business e sodalizio economico. La traduzione italiana ha svuotato il titolo della sua bivalenza.
Il narratore è Bucino — il servo, il “mostro”, la voce più lucida del romanzo — che ribalta il cliché della cortigiana idealizzata. È lui a raccontare, con ironia e disincanto, la storia di Fiammetta: una donna ferita ma mai vinta, capace di trasformare la propria bellezza in mestiere, il mestiere in potere e il potere in un modo per sopravvivere. In questo senso, “La cortigiana” è anche una riflessione sul corpo come strumento di controllo e come linguaggio politico. La scrittrice non giudica i suoi personaggi: li lascia muovere fra vizi e virtù, in una città che è insieme paradiso e inferno.
Venezia diventa un personaggio vero e proprio. La sua ricchezza mercantile, la sua spregiudicatezza morale e la sua anima cosmopolita fanno da sfondo a un’umanità sospesa tra sacro e profano. In ogni pagina si respira la mescolanza: oro e fango, profumo e puzza, preghiera e inganno. È una Repubblica che si fonda sull’apparenza e sul commercio, dove tutto ha un prezzo — anche la virtù. Fiammetta lo sa e ne fa la propria arte: vende l’illusione, ma dentro quell’illusione nasconde una verità più profonda, una sorta di misericordia dei miseri.
C’è un legame costante fra Venezia e il corpo femminile. Entrambi splendono e decadono, entrambi sono ammirati e sfruttati. L’autrice sembra suggerire che la sopravvivenza, in un mondo governato dagli uomini, passi per la capacità di usare l’inganno come difesa e la sensualità come intelligenza. Bucino mostra di conoscere e condividere il pensiero di Machiavelli: il potere si detiene con forza e precaricazione… Ma non significa essere felici.
Il ritmo narrativo alterna episodi di vivida teatralità a momenti di introspezione quasi contemporanea. Lo sguardo dell’autrice è sempre consapevole: non descrive la storia come un museo, ma come un organismo pulsante. La lingua è ricca, visiva, a tratti cinematografica, con una cura quasi pittorica per i dettagli della materia — il velluto dei vestiti, la luce che si riflette sull’acqua, la voce delle campane che scandisce il tempo del potere.
“La cortigiana” è, in fondo, un romanzo sulla sopravvivenza. Sopravvivere alla violenza, alla decadenza, alle illusioni. Sopravvivere ai ruoli imposti e reinventarsi dentro di essi. Fiammetta, Bucino e la Draga, con la loro strana compagnia, sono l’allegoria di un’epoca che si regge sull’ambiguità: la bellezza che salva e che condanna, la verità che si traveste, la libertà che si paga cara.
Leggere questo libro fa vedere il Rinascimento da un’altra prospettiva: quella di chi guarda dal basso, o meglio, dal margine. Venezia, qui, non è la città dei dogi, ma quella delle botteghe, dei bordelli, delle spezie e delle lingue intrecciate. È il luogo dove ogni destino si mescola, dove la fede si confonde con il piacere, e dove una donna, con l’aiuto del suo servo, può ancora scegliere di vivere.
In questa compagnia — di cortigiane, di servi, di uomini e di ombre — Sarah Dunant mette in scena la più antica delle verità: che il potere non appartiene a chi domina, ma a chi resiste.
Laura
PS nel libro c’è un’altra figura femminile carica di significato. È la Draga, Elena Crusici, una donna realmente esistita, la cui sorte è stata piegata a beneficio della narrazione ma che mantiene comunque una base storica. Cura con erbe e pratiche fuori dal comune e per questo additata come strega (e poi sottoposta a processo). Nel corso del romanzo attraversa diverse fasi agli occhi del lettore. Vittima e colpevole, pena e disprezzo. Una figura ambigua. Ambigua come ogni animo spezzato.
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