“Spose persiane” di Dorit Robinyan

Quando ho trovato “Spose persiane” di Dorit Rabinyan, era un libro dalla vita già vissuta: un volume usato, proveniente da una biblioteca rionale di Milano, con quell’aura di oggetto sopravvissuto a più mani. Nella prima pagina un timbro che sembra un epitaffio: SCARTATO.
C’è qualcosa di magico nella circolarità dei libri che, abbandonati, tornano e risorgono sotto a nuovi occhi. Come un seme gettato nella terra che porta nuovo frutto.
L’ho acquistato per questa curiosità, attratta dalla fenice che poteva sorgere tra quelle ceneri.

Ambientato nella Persia dei primi anni del Novecento, il romanzo è sviluppato con l’apparente leggerezza di una fiaba, dove un linguaggio ancestrale, fatto di metafore e allegorie parla di vicende brutali.
Una pentola bruciata o delle galline rinsecchite non descrivono soltanto il disordine domestico: sono “segni” che la comunità impara a leggere per giudicare la donna pigra che vive in una casa. In questo senso la scrittura di Rabinyan ha qualcosa della tradizione orale perché ogni immagine porta un significato collettivo.



Attorno alla protagonista ruota un mosaico di figure femminili straordinariamente vivide. Le donne del villaggio sono custodi di un sapere quotidiano, fatto di cicatrici e di canti, di riti di protezione, di ricette, di credenze sul corpo e sulla sorte. La loro presenza costruisce una coralità che ricorda i racconti popolari in cui la storia non appartiene mai a una sola voce.
Questo coro di donne genera un quadro antropologico che nel romanzo è semplicemente la vita: come si cuoce il pane sulla padella rovesciata, quali profumi servono a rendere una sposa desiderabile, quali parole si sussurrano per scacciare il malocchio o perché un concepimento durante  plenilunio spaventa più di un temporale.

Le superstizioni sono trattate con ironia ma non vengono mai ridotte a folklore. Sono un sistema di pensiero ossia un modo per spiegare il dolore, per dare un nome all’imprevisto e per convivere con la violenza. Se un matrimonio fallisce, la colpa è della stella sbagliata; se un parto è difficoltoso, è colpa degli spiriti; se l’amore non nasce, ci si affida a filtri e pozioni.
L’idea che la vita sia governata da forze invisibili non appartiene solo alla Persia del secolo scorso, ma attraversa culture e tempi diversi: dai riti afroamericani di salto della scopa, alle soglie varcate nelle tradizioni latine, fino alle cerimonie celtiche con i rami di betulla.
Cambiano i nomi, ma il gesto simbolico resta.

Il romanzo racconta anche il dominio maschile, spesso brutale, che incombe sulle donne del villaggio. Ma Rabinyan non indulge in facili condanne e lascia che la realtà emerga attraverso i piccoli gesti, gli sguardi, gli incidenti quotidiani. I mariti picchiano, giudicano, puniscono, eppure la narrazione non si irrigidisce e resta nel registro della fiaba, come se quella violenza fosse un dato del mondo, un destino raccontato e tramandato come una delle tante storie del villaggio. È proprio questa ambiguità a rendere il romanzo interessante perché la leggerezza convive con la durezza.

Io ho poi ritrovato un filo a me caro, questa volta è il filo della seta. Il commercio dei bachi, l’allevamento, i segreti tramandati, il contrabbando delle uova: è un universo che attraversa la Persia, la Cina, l’Italia rinascimentale, le tecniche descritte da Leonardo. La seta diventa una metafora globale, un tessuto che unisce popoli lontani. Viene spontaneo per pensare alla Lombardia dei “Promessi Sposi” con Renzo, operaio nel “triangolo d’oro” della seta.
Lo so, ho una fissazione per l’opera di Manzoni, la vedo ovunque: per me è atlante ed enciclopedia.

La parte iniziale di “Spose persiane” è quella più ricca e intensa: un ventaglio di immagini, colori, credenze, profumi di cucina e polvere di villaggio. Procedendo, il romanzo perde un po’ di energia, ma resta piacevole; più che sulla trama, punta sulla continuità del mondo che racconta. È uno di quei libri che forse non cambiano la vita, ma aprono una finestra preziosa su un universo di simboli. E soprattutto mostrano come certe immagini — il pane, la soglia, la luna, il sangue, la seta — attraversano epoche e popoli senza smettere di parlare.

Se avete letto Rabinyan o altri romanzi ambientati nella Persia del Novecento, oppure se vi interessa il modo in cui la letteratura trasforma le credenze popolari in narrazione, raccontatemi la vostra esperienza: mi piacerebbe continuare questa esplorazione insieme.

Laura


PS spesso viene usata la parola “azizam” che mi era nota per la canzone di Ed Sheeran ma non mi ero mai chiesta nulla circa il suo significato. Beh, significa “mio/a caro/a” ed è un appellativo molto affettuoso. Ed Sheeran lo ha usato per fare un omaggio alle sue origini.

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