“Quando cadono gli angeli” di Tracy Chevalier

Ciao a tutti, sono Laura e oggi torno a parlarvi di Tracy Chevalier, un’autrice che mi ha rapita subito quando l’ho scoperta. Ho già tutti i suoi libri, ma li sto centellinando per godermeli appieno.

Anche voi fate come me e tenete le storie belle da parte per farvi un regalo nel momento giusto? Oppure ne fate una bella scorpacciata? È un po’ come mangiare la pizza e lasciare la parte centrale per ultima, no?

Ma sto divagando, torniamo alla storia che si pone proprio su una spaccatura nel tempo: un’epoca di passaggio.



Questo romanzo parte da un cimitero in pomposo stile vittoriano e finisce per scoperchiare le illusioni di un’intera società. È un libro che sembra intimo, domestico, e invece parla di rivoluzioni, di donne, di libertà e di lutti che cambiano la forma del mondo.

La Chevalier sceglie un’ambientazione corale: due famiglie, i Coleman e i Waterhouse, legate da un’amicizia fragile, da una vicinanza di tombe nel cimitero londinese e da una distanza sociale e morale incolmabile. Kitty Coleman, la protagonista, è una borghese inquieta: ha tutto ciò che il suo tempo le concede — una casa, un marito rispettabile, una figlia — ma non ha ciò che desidera davvero, cioè se stessa. Nei suoi gesti si percepisce una specie di scontentezza che attraversa le pagine come una corrente sotterranea. Kitty è la donna che ha osato pensare e, come ho avuto occasione di constatare più volte, chi pensa e cerca di comprendere è condannato ad affrontare questo stato d’animo (o di consapevolezza?).

Accanto a lei si muovono Maude, la figlia, e le figure speculari dei Waterhouse, più modesti, più rigidi, più soggetti alle convenzioni. Le loro vite si incrociano nel piccolo mondo che ruota attorno al cimitero, simbolo perfetto di un’epoca che nasconde i suoi sentimenti sotto lastre di marmo e convenienza. La morte, che all’inizio è solo rituale — il lutto, le visite, la compostezza — diventa poi un linguaggio nuovo per parlare della vita.

Uno dei temi più sottili del romanzo è la trasformazione delle suffragette, che l’autrice descrive con uno sguardo privo di idealizzazione. Le ho percepite come animate dal fanatismo e dall’ebbrezza della rivolta (“ubriache delle sensazioni”, ho inventato nei miei appunti) e finiscono per anteporre l’idea di libertà al suo senso più profondo, divorando la stessa umanità che si prefiggono di difendere.
La scrittrice non giudica, ma mostra quanto sia difficile per le donne di allora (e di oggi) camminare sulla sottile linea tra l’indipendenza e la perdita di sé.

Nel mondo che il romanzo ricrea, anche i bambini — testimoni muti — assorbono la violenza degli adulti. Le loro percezioni, confuse ma acute, smascherano ciò che gli adulti fingono di non vedere: l’ipocrisia, la repressione, la paura. È nella loro innocenza che si deposita il peso del cambiamento, come se la nuova epoca potesse nascere solo dallo sguardo di chi non è ancora stato corrotto dalle regole sociali.

Lo stile resta inconfondibile: sobrio, lucido e privo di sentimentalismi. Ogni parola pesa come una goccia sulla pietra. L’attenzione quasi archeologica per i dettagli del quotidiano come un abito, un gesto o una frase di troppo nascondono un’emozione trattenuta, quella che resta sospesa tra la bellezza e la morte, tra ciò che si dice e ciò che non si può dire.

Il romanzo è denso di malinconia e ogni pagina scolpisce la fragilità di chi tenta di vivere fuori dal proprio tempo. “Quando cadono gli angeli” è, in fondo, un libro sul crollo delle illusioni: quelle sociali, quelle morali, ma soprattutto quelle personali. Kitty cade, come cadono gli angeli, ma nella sua caduta c’è la verità di chi ha osato guardare in basso per capire chi è.

Laura

P.S. Come sempre mi metto sempre a ragionare sul titolo. In italiano il “quando” definisce un tempo, ma in originale (Falling Angels) penso l’autrice volesse far passare un altro criptico messaggio. All’interno del testo la bambina dà una spiegazione che fa sorridere: le stelle cadenti altro non sarebbero che le scintille prodotte dalle ali degli angeli che inciampano lungo il loro cammino celeste. È un’immagine tenerissima secondo me.
Poi, nel romanzo, la statua di un angelo cade materialmente e si rompe (significato metaforico?)
O ancora, che gli angeli non siano le nostre certezze, i nostri principi o valori che perdono consistenza di fronte alla realtà?
Ecco un altro romanzo che lascia un sacco di domande quando si gira l’ultima pagina.

Laura

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