Ciao a tutti, sono Laura.
Da tempo sentivo parlare di Franck Thilliez. Il suo nome compariva spesso accanto a quelli dei grandi del thriller e la sua scrittura veniva descritta come lucida, ossessiva, capace di scavare nei meandri più oscuri della mente umana. Ho deciso quindi di leggere “L’osservatore” — titolo italiano di “La syndrome E” — spinta dalla curiosità di scoprire se davvero meritasse tutta questa fama.
Il titolo italiano penso sia stato scelto con leggerezza, come se non importasse davvero. Chi ha deciso di tradurlo in “L’osservatore” avrà letto il libro? Perché l’originale funzionava benissimo e soprattutto custodiva il vero cuore della storia. Questa scelta, in apparenza minima, sposta già l’attenzione: da una patologia collettiva a un singolo individuo, da un fenomeno a un testimone.
L’ambientazione si muove tra Francia, Egitto e Quebec, in un presente che sa di inchiesta e di inquietudine. Ancora una volta, come in molti altri romanzi che ho letto di recente, il filo conduttore è la mente: le sue fratture, le sue ossessioni, i suoi fantasmi.

Fra le parti che ho preferito c’è la descrizione del quartiere copto del Cairo — un piccolo angolo di calma nella città caotica, dove la spiritualità convive con la polvere e il silenzio. È un passaggio che mi ha colpita anche per la figura di Santa Barbara che non conoscevo e che qui diventa una presenza simbolica di fede e di resistenza.
Thilliez intreccia alla trama la teoria dell’optogramma secondo cui la retina conserverebbe l’ultima immagine vista prima della morte. È un dettaglio che unisce scienza e superstizione e che mi ha fatto pensare alle ossessioni ottocentesche per la fotografia dell’anima — un’eco gotica travestita da esperimento.
Quando parla di isteria collettiva, invece, mi è venuto spontaneo pensare al “Pifferaio di Hamelin” poiché alcuni studiosi hanno interpretato quella leggenda come il racconto di un fenomeno di contagio psichico (ultimamente ho sviluppato anche l’interesse per le fiabe e per le loro varie versioni in giro per il mondo). Qui sembra tornare in chiave moderna: la follia non nasce più nei villaggi medievali, ma negli schermi, nella tecnologia, nei meccanismi della comunicazione di massa.
Il ritratto dei manicomi è come al solito cupo, non c’è traccia della serenità quasi terapeutica che avevo trovato in “Le osservazioni” di Jane Harris; qui tornano gli esperimenti, la paura, la disumanità. In certi momenti ho pensato alla scienza che, oltrepassato il limite morale, si trasforma in un mostro lucido e freddo.
“L’osservatore” è un thriller che si muove tra psichiatria e religione, razionalità e allucinazione, ma che a tratti si perde nei cliché del genere. È scritto con maestria, ma non con quella scintilla che stuzzica la lettura. Sarà perché, ormai, di pellicole “maledette” e di follie collettive ne abbiamo viste tante.
Eppure, leggere Thilliez è stato utile per notare come anche il thriller europeo – dopo tante teorie orientali sulla società moderna – quando affronta il tema non possa fare a meno di rimandare alle paure del nostro tempo: la tecnologia, la perdita del controllo, la fragilità dell’identità.
Avete letto qualcosa di Franck Thilliez? Vi ha conquistati o vi ha lasciato la stessa sensazione di déjà vu? Mi piacerebbe sapere come avete vissuto le sue storie.
Laura
Non conoscevo questo autore; chissà, magari un giorno lo leggerò! Buona serata! 🙂
Io mi ripropongo di leggere anche qualche altra sua opera
Mai letto nulla…
Può essere interessante