Ciao, sono Laura e oggi vi parlo di “Sugar Money” di Jane Harris, un romanzo che mi incuriosiva da tempo e che finalmente ho preso tra le mani, con la promessa di una storia vera ambientata nelle Antille del Settecento.
Fin dalle prime pagine si percepisce che l’autrice ha costruito il racconto su una base documentaria solida, studiando a fondo il colonialismo e la schiavitù, ma riuscendo al tempo stesso a dare una voce autentica e umana ai personaggi. Nella postfazione spiega di aver lavorato a partire da documenti dell’epoca e ringrazia chi l’ha aiutata a comprendere la lingua creola e la realtà coloniale. Cita anche Robert Louis Stevenson, che l’aveva ispirata da bambina, e mi unisco a lei nel riconoscere alla letteratura il potere di accendere la curiosità verso la storia.

Il romanzo si svolge nelle Antille nel 1765, in un breve arco di tempo, ma racchiude secoli di violenza, sfruttamento e resistenza. Mi ha ricordato, in modo quasi involontario, “L’ultima fuggitiva” di Tracy Chevalier: anche lì c’è il tema della schiavitù, della fuga e della libertà vista da un punto di vista intimo e morale, più che politico. In entrambi i casi, le autrici riescono a rendere viva una pagina oscura della storia attraverso le emozioni di chi la subisce.
Tra i personaggi di “Sugar Money” mi ha colpita soprattutto padre Cléophas, ma solo per il nome che deriva dal greco “Kleopas”, di padre glorioso. Da qui mi è venuta una riflessione sul motivo per cui i religiosi cambiano nome quando prendono i voti: forse è un modo per prendere le distanze dalla vita passata, oppure è una dichiarazione di intenti per il nuovo inizio?
Ho voluto approfondire per conto mio il significato di parole come “creolo” e “cimarrone”. Entrambi i termini nascono con un’accezione dispregiativa: creolo voleva dire “pollo nato in casa”, solo dopo è diventato sinonimo di meticcio. I cimarroni, invece, erano gli schiavi fuggiaschi che vivevano in comunità libere nei boschi (cimarra è la boscaglia in catalano), parlando lingue miste e conservando tradizioni africane.
Nel romanzo, la presenza di più lingue – francese, inglese e creolo – non è casuale: è un il segno di un mix culturale, che per quanto osteggiato dai colonizzatori, inevitabilmente avviene.
Un espediente interessante è quello che si scopre solo nelle ultime pagine, quando si capisce che tutta la storia è una raccolta di lettere ritrovate da un finto curatore, tra le carte di un’anziana signora inglese. Le lettere erano scritte in tre lingue e, nonostante qualche difficoltà, si capiva che erano state scritte con cura. Questa rivelazione ha l’intento di sfatare il mito che gli schiavi fossero ignoranti e mostrare quanto la cultura e la sensibilità non appartengano mai solo a chi detiene il potere.
Un altro tema importante è quello del dolore. “Sugar Money”, nella parte finale, parla anche di suicidio, come tentativo disperato di gestire la sofferenza. Mi ha fatto pensare alle mie letture precedenti, dove ho trovato la stessa difficoltà nel convivere con le emozioni negative, che spesso porta all’autolesionismo, alla dipendenza o all’abuso. Il protagonista dice: «Qualcosa mi diceva che non poteva capitarci niente di brutto finché eravamo insieme», e quando viene separato dal fratello il dolore lo travolge al punto da pensare al suicidio, ma aggiunge: «Non sono capace neanche di questo». È una frase che racchiude tutto il senso di impotenza e di perdita che caratterizza un lutto.
Dal romanzo emerge la differenza tra la società coloniale francese, dove lo sfruttamento era sistematico ma “razionale”, e quella inglese, dove si aggiungeva una crudeltà gratuita, fatta di punizioni corporali, mutilazioni e violenze quotidiane. È un ritratto duro ma necessario, che mostra come la violenza non fosse solo economica ma anche morale.
Il titolo “Sugar Money” non viene spiegato esplicitamente, ma penso che il significato possa essere legato al ruolo dello zucchero nella creazione di ricchezza. I frati, che dovrebbero incarnare la carità, gestiscono le piantagioni di canna da zucchero e di indigo solo per arricchirsi, producendo rum bianco e sfruttando vite umane. L’autrice non tace che per loro contava il denaro anziché la missione.
Mi è piaciuta molto la descrizione delle piantagioni, e ho voluto capire meglio cosa fosse l’indigo: una pianta da cui si ricavava un prezioso colorante blu, difficile da coltivare e da estrarre, e che richiedeva un’enorme quantità di manodopera. Per le piantagioni di canna da zucchero, invece, si dovevano disboscare intere aree, creando campi sterminati che distruggevano il paesaggio naturale.
Ho trovato poetiche le carte geografiche disegnate a mano, con le isole, le rotte e i porti segnati in inchiostro: sono immagini che danno al romanzo un fascino visivo e artigianale.


La struttura del libro è divisa in parti, come un viaggio: partenza, fuga, ritorno. Lo stile è scorrevole e coinvolgente, ma non so se questo dipenda tutto da Jane Harris o anche dal traduttore, Massimo Ortelio, che stimo molto e che avevo già apprezzato nei romanzi di Tracy Chevalier e di Clare Clark. È una scrittura che riesce a essere densa e limpida insieme, senza appesantire la narrazione.
In conclusione, “Sugar Money” è un romanzo che consiglio per la sua capacità di unire la ricostruzione storica alla vicenda personale.
Se anche voi avete letto questo libro, o se vi interessano le storie che uniscono memoria, storia e umanità, scrivetemi nei commenti cosa ne pensate o raccontatemi quale romanzo vi ha fatto riflettere di più su questi temi.
Laura
Grazie Laura, e buon anno
Massimo Ortelio