Ciao a tutti, sono Laura.
Ho letto “La ragazza in blu” di Susan Vreeland con curiosità e una certa aspettativa: è il secondo romanzo dell’autrice, pubblicato nel 1999 con il titolo originale “Girl in Hyacinth Blue”, e qui racconta la storia di un quadro immaginario attribuito a Vermeer, un dipinto che diventa filo conduttore di più vite, più epoche e più destini.
L’idea narrativa è affascinante: la storia segue i passaggi di mano del quadro, a ritroso nel tempo, fino alla sua creazione. Ne nasce un mosaico di racconti connessi, che insieme formano un romanzo corale. Ogni capitolo aggiunge uno strato, come i cerchi nel tronco di un albero, fino a risalire al momento in cui il pittore, forse proprio Vermeer, diede vita alla “ragazza in blu”.
L’ultimo proprietario, quello che viene presentato per primo, è Engelbrecht descritto come «conoscente discreto di tutti piuttosto che amico di qualcuno» e racchiude una sottile malinconia sociale. È il ritratto di un uomo che abita i margini delle relazioni umane, presente ma mai davvero partecipe, osservatore più che protagonista. In lui si riconosce quella forma di distanza che può nascere non dall’indifferenza, ma da un senso di misura, di timidezza o di disillusione. È una figura che appartiene al mondo, ma non vi partecipa. Possiamo vederlo come il simbolo di una solitudine cortese, di quella condizione intermedia fra l’appartenenza e l’estraneità che spesso accompagna le nature più riflessive.
Per quanto riguarda la struttura, il romanzo è composto da otto racconti, alcuni dei quali già pubblicati su dei periodici prima dell’uscita del libro. È interessante notare come l’autrice, nei ringraziamenti, lasci intravedere la genesi frammentaria dell’opera: più un insieme di prospettive che un romanzo unitario nel senso tradizionale. Questo comporta una certa libertà narrativa, ma anche il rischio di non dare sufficiente spessore ai personaggi. Lo stile è scorrevole e la prosa godibile, ma per farmi una prima impressione sull’autrice non è stato un ottimo inizio.
L’ambientazione si muove all’indietro nel tempo, da un passato recente fino alla metà del Seicento, restando sempre immersa nel contesto olandese. Le storie toccano temi come l’abbandono, la colpa e persino il sospetto di stregoneria, segni di una società in bilico tra fede e paura.

Alcuni punti mi hanno acceso la curiosità. Ad esempio, la foglia di cavolo avvolta tra le fasce del bambino abbandonato racchiude un’intera visione del mondo: quella in cui la natura, con i suoi gesti umili e simbolici, offre protezione dove l’uomo non può. Nelle campagne olandesi — e in molte altre culture contadine — la foglia di cavolo era considerata un amuleto di buona sorte, un segno di rinascita e abbondanza, legato alla fertilità della terra e alla speranza di sopravvivenza. Avvolgere un neonato in quella foglia significava affidarlo alla benevolenza della natura, quasi chiedere che la vita, come un orto dopo la tempesta, potesse fiorire rigogliosa. In questo dettaglio non vedo solo un riferimento folclorico, ma una metafora: il cavolo, pianta semplice e resistente, diventa custode di un destino fragile, simbolo di un amore materno negato ma non del tutto spento, di una speranza che continua a germogliare anche nel dolore dell’abbandono.

E ho trovato anche un riferimento diretto alla mia vita da contadina. In Olanda, le patate da semina rappresentavano la ricchezza di un uomo: non solo un bene materiale, ma una garanzia di sopravvivenza e continuità. In quelle terre basse e umide, dove ogni campo era strappato all’acqua con fatica, la qualità del seme determinava il futuro del raccolto e dunque della famiglia. Le patate migliori venivano scelte, conservate con cura e tramandate come un patrimonio vivo. Ancora oggi, nella mia esperienza, posso constatare quanto l’Olanda mantenga questa tradizione di eccellenza: le varietà da semina provenienti da lì sono numerose, resistenti, perfettamente calibrate per ogni tipo di terreno. È come se da quelle zolle, abituate al vento del Mare del Nord, arrivasse ancora una sapienza agricola antica, fatta di osservazione, umiltà e rispetto per la terra che nutre.
Curiosa anche la scelta dell’autrice, di inserire il toponimo olandese “Vreeland”, una dedica o un cammeo? Forse è un gesto d’identificazione con la terra da cui proviene il suo immaginario artistico. È un dettaglio che aggiunge umanità all’opera, il desiderio di riconoscimento della maternità, forse.
Un protagonista un po’ nascosto del libro è il blu — ceruleo, blu di Leida, zaffiro, turchese — che attraversa le pagine come un richiamo visivo e simbolico: per l’Europa settentrionale è il colore della malinconia, ma anche della contemplazione, mentre per noi e per gli altri paesi del mediterraneo è un colore di gioia e speranza.
Questo libro, in sé, mi ha lasciato poco: non mi ha coinvolta pienamente né sul piano emotivo né su quello narrativo. Eppure, come spesso accade nelle letture, ha saputo aprire una serie di riflessioni laterali, quelle che nascono da ogni lettore in quanto persona distinta. Mi è tornato in mente ciò che scriveva Plinio il Giovane nelle sue Epistole: non esiste un libro tanto brutto da cui non si possa ricavare qualcosa di buono. (sia chiaro, questo libro non è brutto e non lo sto categoricamente bocciando).
La curiosità nel lettore è una caratteristica imprescindibile perché ogni testo, anche il meno riuscito, contiene un frammento di verità, un pensiero o un’immagine che possono attecchire nella mente ben disposta. In fondo, leggere significa anche questo: attraversare pagine che a volte ci deludono, ma che sanno comunque insegnarci qualcosa, magari proprio su noi stessi e sul modo in cui cerchiamo significato nelle parole degli altri.
Laura
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