Ciao a tutti, sono Laura e oggi vi parlo di un libro che ho scelto, superficialmente, per la copertina. È firmata da Benjamin Lacombe (quindi sono un po’ giustificata) e cattura subito l’immaginario fiabesco e un po’ oscuro che percorre tutto il libro.
Pubblicato nel 2007 con il titolo originale “La mécanique du cœur”, il romanzo di Mathias Malzieu è diventato presto un piccolo fenomeno editoriale, tanto da essere adattato in un film d’animazione diretto dallo stesso autore — che è anche il cantante del gruppo rock francese Dionysos.
La storia è ambientata nel 1874, a Edimburgo, «un freddo cane» — o, come direbbero in francese, “un froid de canard”, espressione che rende bene la rigidità del clima e, metaforicamente, anche la durezza del mondo in cui nasce il protagonista. La narrazione è in prima persona: Jack racconta la propria vita, segnata da una particolarità fisica e simbolica — un orologio come cuore, fragile e rumoroso, che scandisce ogni emozione come un meccanismo.

Malzieu costruisce una favola gotica che ricorda Frankenstein e certi racconti steampunk sul confine tra ingegno e sentimento. Il tono è quello di una fiaba moderna, ma a tratti l’insieme non convince: la simbologia meccanica, il mondo dei robot e le atmosfere visionarie non riescono sempre a fondersi in modo organico. Intorno a Jack, una levatrice solitaria e un villaggio sospettoso evocano le antiche accuse di stregoneria, mentre il ragazzo intraprende un viaggio per ritrovare l’amore e se stesso, incontrando persone «più rotte di lui».
Alcune frasi colpiscono per immediatezza e dolce malinconia: «Se passi la vita cercando di non romperti, ti annoierai tantissimo, credimi. Non c’è niente di più divertente dell’imprudenza.» È un invito a vivere con coraggio, anche se resta il dubbio sul limite tra audacia e incoscienza. Più avanti, una frase semplice e luminosa racchiude l’anima romantica del romanzo: «Non avrò bisogno di dormire per sognare.» Forse mi è piaciuta perché mi ci ritrovo: anch’io sono un po’ una sognatrice.
E poi l’eco dell’amore, nella sua tenerezza disarmante: «L’amava troppo.» / «Non si ama mai troppo.» — una riflessione che mi è rimasta dentro, perché l’amore è un dono ed è bello darlo e riceverlo.
Lo stile di Malzieu è diretto, ma anche eccessivamente decorativo: aggettivi, metafore, ossimori e giochi linguistici abbondano, talvolta fino a creare un effetto di troppo artificio, quasi come se la prosa imitasse il cuore-orologio di Jack, più ingranaggio che emozione.
In conclusione, non mi ha convinta né l’idea né la struttura narrativa: troppo frammentaria, un groviglio di pensieri con poca vera emozione. Forse la magia si è persa tra le ruote dentate del meccanismo.
Laura
Rispondi