“La seconda vita di Naoko” di Keigo Higashino

Ciao, sono Laura e oggi vi parlo di “La seconda vita di Naoko” di Keigo Higashino, romanzo del 1998 pubblicato in Giappone con il titolo “Himitsu” e tradotto in Italia nel 2006. Ho scelto di leggerlo perché il nome della protagonista coincide con quello di un’altra eroina higashiniana che avevo appena incontrato in un’altra lettura: un’omonimia che sembrava un filo teso fra due storie.

La trama prende avvio da un evento tanto semplice quanto sconvolgente: in seguito a un incidente mortale, lo spirito della madre si trasferisce nel corpo della figlia adolescente. Da qui nasce una dinamica complessa, fatta di apprendimento e regressione. Naoko, donna adulta, deve imparare a essere bambina, mentre il marito è costretto a ridefinire il rapporto con quella che è al tempo stesso moglie e figlia. Higashino esclude volutamente la sessualità da questa nuova relazione: il legame coniugale si sospende, mentre prende forma una diversa volontà, quella di dare alla figlia un futuro migliore. Studiare, crescere, conquistare indipendenza psicologica ed economica: è questa la direzione che la storia intraprende.



Chi si aspetta un giallo classico rimane spiazzato. Non ci sono delitti da risolvere, ma piuttosto un enigma esistenziale. L’unico mistero concreto riguarda l’autista dell’autobus, il cui eccesso di lavoro provoca la tragedia: non un colpevole da condannare, ma un uomo schiacciato dal dovere di padre e dalla stanchezza. Il vero enigma rimane invece quello di Naoko-Monami: è davvero un caso di sdoppiamento di personalità o, come sospetta il marito, è Naoko che ha scelto di afferrare una seconda possibilità? Higashino lascia la questione sospesa e con essa il lettore.

Un elemento curioso è la presenza, a fine volume, delle note che spiegano alcuni termini giapponesi lasciati in originale. Mi sono chiesta quale sia il senso di non tradurre parole di uso quotidiano: è davvero la società giapponese così distante da rendere certi concetti intraducibili? Forse sì, forse no, ma questo dettaglio ci ricorda quanto la lingua rifletta la cultura.

Il romanzo si chiude con una frase che mi ha colpita: «Ho vissuto la mia vita senza uno scopo preciso, senza scosse, senza felicità, senza nulla. (…) ho avuto una vita normale. È solo che dipende dalle persone: a volte la normalità rende felici e a volte no». Higashino qui si fa quasi filosofo e invita a chiederci: si può essere insoddisfatti senza sapere davvero cosa si desidera? Forse sì, e questo dubbio attraversa non solo i personaggi ma anche noi lettori.

“La seconda vita di Naoko” non è un thriller, non è un giallo e nemmeno un romanzo puramente fantastico. È una riflessione sospesa sulla famiglia, sull’identità e sulla possibilità di rinascere. Una lettura che accompagna il viaggio interiore tanto quanto quello reale e che, per me, ha trovato la sua cornice perfetta tra le strade antiche della Turchia.

Laura

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