Mi sono avvicinata a “La ragazza con l’orecchino di perla” per recuperare alcuni bestseller che, a mio avviso, è giusto conoscere, indipendentemente dal periodo in cui sono stati pubblicati. È il secondo romanzo di Tracy Chevalier che leggo, dopo “La ricamatrice di Winchester”. Nella bibliografia dell’autrice, questo titolo occupa il secondo posto dopo “La vergine azzurra”, ma è stato proprio con questo che la Chevalier ha conosciuto il successo internazionale, conquistando un pubblico vastissimo.
Qui l’autrice ci porta nella Delft della metà del XVII secolo, città famosa per l’arte delle piastrelle, ma anche per aver ospitato il pittore Johannes Vermeer.
La voce narrante è quella di Griet, una giovane protestante che entra a servizio in una famiglia cattolica. Fin dalle prime righe, il suo sguardo si rivela attento e visivo, con una forte inclinazione alla metafora: i riccioli biondi della moglie di Vermeer che le svolazzano sulla fronte “come api” sono un esempio di come la protagonista riesca a tradurre in immagini sensazioni e dettagli, un’attitudine che sembra avvicinarla alla sensibilità dell’artista.

Lo stile della Chevalier è accurato ma scorrevole, capace di intrecciare descrizioni minuziose a una narrazione lineare. La contrapposizione tra l’arte delle piastrelle e quella della pittura è uno dei contrasti più forti del romanzo: da un lato, un lavoro logorante, manuale, riservato alle classi più basse; dall’altro, un’attività creativa che, pur non garantendo ricchezza, permette un ritmo di vita più tranquillo e rispettato.
Griet si muove in un terreno delicato: il padre le ha descritto i cattolici come “più allegri”, ma lei resta intimorita dai quadri religiosi, perché i protestanti “non hanno bisogno delle immagini per pensare a Dio”. La sua vita familiare è segnata dal legame con la sorellina, un affetto che si incrina tragicamente: “non finii mai di vergognarmi per averle girato le spalle”, confessa dopo la morte della piccola a causa della peste.
Ed è proprio la peste a offrire un fil rouge che attraversa non solo il romanzo, ma anche molte altre letture, passate e future. Dal 1629 dei “Promessi sposi” con la peste di Milano, all’”Annus Mirabilis” (1666) con l’epidemia di Eyam in Inghilterra, fino a “L’avvelenatrice di uomini”, che racconta le pestilenze di Palermo (1632) e Roma (1656). Entrambi sono in lista per essere letti perché il tema mi incuriosisce. Nel XVII secolo, la peste è un’ombra costante in Europa, ma in letteratura diventa anche un dispositivo narrativo e metaforico: la malattia come catalizzatore di scelte, rivelatore di caratteri, o come sfondo che mette in rilievo la fragilità umana.
Gli oggetti che Griet porta con sé dalla casa paterna — una mattonella con l’immagine sua e del fratello, spezzata dalla piccola Cornelia, e il pettinino della nonna, che Cornelia usa per accusarla di furto — hanno il peso simbolico di un distacco definitivo. Rappresentano lo spezzarsi dei legami con la famiglia d’origine e con la “vecchia” Griet. Allo stesso modo, i capelli che tiene sempre nascosti, per pudore e convenzione sociale (solo le prostitute mostravano tutta la chioma), diventano il simbolo di ciò che non vuole rivelare di sé. Quando Vermeer li vede, qualcosa cambia: non ha più nulla da celare, e si concede al macellaio, promesso sposo che non ha mai amato davvero.
Il cambiamento di Griet è sottile ma profondo. Alla fine, dieci anni dopo gli eventi, ricorda le parole dell’amico di Vermeer: “cerca di rimanere te stessa”. Si chiede se ci sia riuscita; forse sì, forse no. Esteriormente è rimasta nel posto assegnato dalla nascita, ma dentro di sé sa di non essere più la stessa.
La lettura mi ha fatto tornare in mente “Il miniaturista” di Jessie Burton, ambientato nella più cosmopolita Amsterdam di fine Seicento. Lì, come qui, l’artista si prende delle libertà rispetto alle richieste del committente, rivelando una concezione dell’arte come espressione personale e non come semplice esecuzione di un incarico. Ho pensato anche a “La dama e l’unicorno”, dove la moglie del committente avanza una richiesta segreta all’artista, e a “Per le strade di Tokyo”, in cui un tatuatore disobbedisce alla cliente inserendo un gatto non richiesto, avviando così l’intera vicenda. In tutti questi casi, l’artista diventa interprete, non solo esecutore, e questa libertà creativa può cambiare il destino delle persone coinvolte.
“La ragazza con l’orecchino di perla” non è solo la storia di un quadro famoso: è il ritratto di una formazione interiore, di un passaggio dall’innocenza alla consapevolezza, con l’arte come lente d’ingrandimento che svela, più che il volto di una ragazza, il processo silenzioso di una trasformazione umana.
E voi? Avete letto questo romanzo o visto il film? Vi affascina di più l’aspetto storico o quello intimo della vicenda?
Laura
Questo romanzo lo conosco per fama, ma non avevo mai letto la trama. Grazie alla tua recensione potrei quasi pensare di leggerlo, sembra interessante.
Grazie, mi ha dato alcuni spunti di riflessione interessanti (che è quello che cerco ultimamente nelle letture)