Ciao a tutti, sono Laura.
Ho letto questo romanzo con curiosità, attratta dall’idea affascinante della mangiapeccati, una figura che appartiene davvero al folklore europeo e che mangiando un pezzo di pane posto sul corpo del defunto ne assorbiva simbolicamente i peccati.
Megan Campisi parte da questa suggestione storica, ma si prende ampie libertà: nella sua versione ogni peccato corrisponde a un piatto specifico e la funzione diventa un compito esclusivamente femminile, circondato da tabù e solitudine.
Il libro è costruito in modo strutturato: ogni capitolo prende il nome da un cibo, quasi a ribadire il legame tra nutrimento, colpa e memoria.
La voce narrante è quella della protagonista, May, che parla in prima persona e al presente. Non conosce il futuro, non sa cosa accadrà, e il suo linguaggio semplice e diretto rispecchia la sua età e la sua inesperienza. È una bambina che racconta con occhi limpidi un mondo crudele e questo conferisce al testo una freschezza immediata, anche se a tratti appare ingenua.

L’autrice non ambienta la storia in Inghilterra, ma in una Angliterra alternativa, governata dalla regina Bethany, figura che riecheggia Elisabetta I, dopo l’epoca di “Marys” la Sanguinaria.
Anche la religione subisce una trasposizione: i creatoriti contrapposti agli eucaristani ricalcano le tensioni tra protestanti e cattolici, ma in una chiave più astratta e allegorica.
Questa sofisticazione della realtà, il passato riscritto per diventare scenario di fantasia, non mi è piaciuto per nulla. Mi è quasi sembrata pigrizia dell’autrice a documentarsi sull’esattezza storica degli sporadici accenni che fa.
Il legame con la figura della vecchia mangiapeccati, che diventa per May una sorta di unica possibile compagna di vita, si crea su una base delicata: condividere una condizione di isolamento e marginalità.
May si sente in debito con lei, colpevole della sua morte, e il desiderio di darle giustizia la tormenta.
Pur non essendo un giallo, il romanzo si muove sul terreno del mistero. May, in virtù del suo ruolo, viene a conoscenza di confessioni e segreti che un detective tradizionale non potrebbe mai ottenere. Non conduce indagini, non cerca prove: semplicemente collega ciò che le arriva in modo naturale, senza doverlo strappare a nessuno. Questo meccanismo è interessante, anche se non appagante.
Confesso che il libro non mi ha del tutto soddisfatta. Mi è sembrato un romanzo sopravvalutato. Ultimamente, leggo libri pubblicati venti o trent’anni fa e il confronto mi lascia la sensazione che il livello generale si sia abbassato: più attenzione alla costruzione dell’intreccio, della ragnatela che catturi il lettore più che alla storia stessa, più atmosfera che sostanza.
Uno spunto di riflessione mi è arrivato da una frasetta marginale che mi ha colpita, quando May confessa, dopo la morte del padre: «Il peggio era non avere nessuno con cui condividere le mie osservazioni […] ho provato con la nostra vicina […] ho provato a parlare con il gatto […]». Parole che ho sentito vicine: anche io, negli ultimi tempi, avverto il bisogno di esprimere i miei pensieri ad un interlocutore che li raccolga e ne discuta con me.
La custode dei peccati è un romanzo curioso, capace di evocare atmosfere insolite e di dare spazio a un immaginario sepolto nella storia popolare europea. Ma, almeno per me, non è riuscito ad andare oltre la suggestione iniziale: un’idea buona che non si sviluppa con la giusta complessità.
Laura
Interessante, magari potrei provare a leggerlo in futuro