Ciao a tutti sono Laura e oggi vi parlo di un nuovo dettagliato intreccio di Higashino, un autore che sta a pieno titolo tra i miei preferiti.
Quando ci si addentra nei romanzi di Keigo Higashino, si sa già che nulla sarà semplice: non la trama, non i personaggi, tantomeno il nostro ruolo di lettori. “Delitto a Tokyo” lo conferma, spingendoci a riflettere non solo su un caso di omicidio, ma sulla fragilità della verità e sull’ambiguità della natura umana.
La vicenda si apre con un delitto contemporaneo che, quasi subito, rivela un legame con un omicidio di vent’anni prima. L’elemento sorprendente è che la confessione arriva prestissimo, a un quinto del romanzo: un rovesciamento delle aspettative che disorienta il lettore e lo costringe a capire che non la verità non può limitarsi a questo.

Come sempre nei suoi romanzi, Higashino tesse una trama minuziosa: orari, luoghi e movimenti sono descritti con una precisione quasi ingegneristica (in questo romanzo c’è anche stato un adeguamento ai tempi moderni attraverso i tracciamenti GPS degli smartphone).
Il narratore esterno, volutamente non onnisciente, lascia il lettore in una condizione di ignoranza speculare a quella dei personaggi. Non sappiamo mai più di loro, non abbiamo il vantaggio del giallista classico: dobbiamo orientarci tra mezze verità, omissioni e confessioni studiate a tavolino. Questo stile, insieme al ritmo misurato e alla cura maniacale per i dettagli, costruisce un puzzle che si svela lentamente, permettendo al lettore di “assaporare” la risoluzione man mano che i tasselli vanno al loro posto.
Mi è piaciuta, in particolare, questa idea: il personaggio che decide di addossarsi le colpe, di studiare i dettagli per creare la confessione perfetta, non per ingannare, ma per correggere un vecchio errore.
C’è anche, come sempre, una riflessione sull’indole umana, una motivazione psicologica dietro a determinati comportamenti.
Higashino ci mette di fronte a una verità scomoda: gli esseri umani non sono mossi da logiche eroiche, ma da debolezze quotidiane. Una frase che mi sono annotata — «gli esseri umani sono deboli per natura; se possono farla franca, in qualche modo ci provano» — racchiude il motore del delitto. Non è il male assoluto a guidare i personaggi, ma l’istinto di sopravvivenza, la paura di pagare un prezzo troppo alto prima e il desiderio di rimediare a errori passati poi.
Aggiungo una piccola riflessione personale sul titolo. La traduzione italiana “Delitto a Tokyo” mi è parsa estremamente banale. Sono andata a leggere nel colophon il titolo originale. E avevo ragione, la traduzione sacrifica la bellezza dell’originale: “Il cigno e il pipistrello”. Due animali simbolici, due poli opposti: il cigno rappresenta purezza e grazia, ciò che appare limpido e senza colpa, mentre il pipistrello è creatura notturna, ambigua, che abita l’ombra. Nella logica del romanzo, i due animali finiscono per incarnare due personaggi centrali, destinati a scambiarsi i ruoli.
Ciò che all’inizio sembra luce si rivela ombra, e viceversa. È una metafora che ci ricorda quanto sia relativa la distinzione tra “buono” e “cattivo”.
“Delitto a Tokyo” è un romanzo che va oltre il thriller: è una riflessione sulla colpa, sul tempo che non guarisce le ferite e sulla sottile linea che separa la luce dall’ombra.
Un libro che lascia un retrogusto amaro ma profondo: ci ricorda che la verità non è mai lineare e che nessuno è soltanto cigno o soltanto pipistrello.
Vi aspetto nei commenti,
Laura
Rispondi