“Ti trovo cambiata, sai?”… Yukari ha ragione: sono cambiata, ora sono il risultato del mondo che ho assimilato negli ultimi anni. Dentro di me non resta neanche una goccia dell’acqua che fluiva nel mio organismo in passato. Adesso nel mio corpo scorre un fluido diverso, che ha alterato la mia forma e mi ha tramutato quasi in un’altra persona.
Nascere non basta per diventare qualcuno. Ogni incontro, ogni parola, anche i silenzi che riceviamo, ci attraversano e ci riscrivono. Non siamo identità fisse, ma processi in continuo divenire. Le persone che ci circondano agiscono su di noi come il vento sulla sabbia: ci plasmano, ci spostano, ci consumano e ci ridefiniscono. Anche quando crediamo di essere rimasti gli stessi, qualcosa nel profondo è cambiato. Ci adattiamo, resistiamo, assorbiamo. Vivere significa anche lasciarsi attraversare dal mondo.
Non posso non pensare a Pirandello, che in “Uno, nessuno e centomila” mette in scena una delle crisi d’identità più radicali della letteratura moderna. Vitangelo Moscarda scopre che l’immagine che gli altri hanno di lui non coincide con quella che egli ha costruito per sé. Ogni sguardo esterno lo frammenta, lo moltiplica, lo contraddice. E così, scrive Pirandello: “Io mi vedo uno, ma agli altri appaio centomila, e in fondo non sono nessuno.” Questa frattura mina ogni certezza. Eppure, in quella crisi si nasconde una possibilità.
Non esiste un io unico e immutabile. Ciò che siamo si compone di stratificazioni: ruoli, esperienze, desideri, ferite. Alcuni strati li scegliamo, altri ci vengono imposti. Siamo figli, fratelli, amici, colleghi, a volte siamo ribelli, a volte ci pieghiamo. Nessuna di queste parti è falsa, ma nessuna basta da sola. Cambiare non è un tradimento dell’essenza, ma una risposta al tempo, una forma di fedeltà alla vita che scorre. Come un fiume che cambia le sue acque ma non smette di fluire, la nostra identità si rinnova e si trasforma, pur conservando una direzione profonda che solo noi possiamo riconoscere.
Ma esiste un rischio: quando il mondo ci chiede troppo, quando le aspettative sociali o familiari si fanno troppo strette, possiamo finire per adattarci fino a dissolverci. Smettiamo di scegliere, e diventiamo funzione. Agiamo per automatismi, recitiamo ruoli che ci stanno stretti, senza nemmeno rendercene conto. In questo caso non siamo più soggetto della nostra trasformazione, ma oggetto dell’assimilazione. Il mondo non è più qualcosa che ci attraversa, ma qualcosa che ci assorbe. E a furia di specchiarci negli altri, rischiamo di non sapere più chi siamo.
Anche l’opposto è pericoloso: restare aggrappati a un’idea immutabile di sé, per paura di contaminarsi, può portare alla rigidità. Illudersi di poter essere sempre uguali, sempre fedeli a un’immagine pura e originaria, significa rifiutare la realtà del vivere. L’identità non è un bene da custodire in una teca, ma una materia viva che richiede cura, attenzione e coraggio.
Assimilare il mondo significa decidere cosa trattenere e cosa lasciar andare. Ogni esperienza, ogni parola ascoltata, ogni lettura, ogni ferita o gioia diventa un colore nel nostro paesaggio interiore. E siamo noi a decidere come disporre quei colori, in che forma raccontarci. Cambiare, in questa prospettiva, non è perdere se stessi, ma scoprirsi capaci di diventare.
Come scrive Pirandello:
_”La vita non conclude. Non può concludere. La vita è in movimento, è trasformazione.”_
In questo flusso continuo, l’identità non è mai completa. È un equilibrio fragile tra ciò che riceviamo e ciò che scegliamo. Possiamo accogliere il mondo senza esserne travolti, possiamo trasformarci senza perderci.
E allora, alla fine, resta solo questa consapevolezza: non siamo solo ciò che siamo, ma anche ciò che scegliamo di diventare, nonostante tutto ciò che il mondo ci ha chiesto di essere.
Significa riconoscere che, pur condizionati da mille fattori esterni, abbiamo ancora la possibilità di scegliere. Di dire sì o no, di cambiare strada, di riscrivere la nostra storia. La nostra identità non è solo un’eredità: è anche una creazione quotidiana. Sta in quel margine fragile ma essenziale in cui, nonostante tutto, restiamo agenti del nostro divenire.
Laura
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