Carissimi amici del blog, sono Laura e oggi sono qui con una recensione che tocca temi importanti.
Il titolo originale dell’opera è “Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the Black Women Who Helped Win the Space Race”. La traduzione italiana, “Il diritto di contare”, con un bellissimo gioco di parole che lega il concetto di “contare” sia al calcolo matematico sia al valore intrinseco di ogni individuo, riesce – secondo me – a rendere al meglio la ricchezza del messaggio del libro senza le “lungaggini” del sottotitolo originale.
Il libro è stato pubblicato nel 2016, un periodo in cui c’era già una crescente attenzione verso le storie di donne e minoranze che hanno contribuito in modo significativo alla storia ma sono state trascurate. Si inserisce quindi perfettamente in un contesto letterario e culturale che cercava di “riscrivere” o, meglio, di completare la narrazione storica, dando voce a chi era rimasto nell’ombra. L’autrice, Margot Lee Shetterly, si è dedicata a ricerche approfondite sulla storia delle donne afroamericane nella scienza e nell’ingegneria.

“Il diritto di contare” non è un romanzo, bensì un saggio storico rigoroso e dettagliato. Questo aspetto è fondamentale per comprendere la sua struttura e il suo impatto. La trama, se così possiamo definirla, segue le vicende di tre donne afroamericane straordinarie: Dorothy Vaughan, Mary Jackson e Katherine Johnson, impiegate come “calcolatrici” alla NACA (National Advisory Committee for Aeronautics), che in seguito sarebbe diventata la NASA.
Dorothy Vaughan emerge come una vera pioniera e mentore, la prima programmatrice che non solo eccelleva nel suo campo, ma si preoccupava anche di formare altre donne, prevedendo l’avvento dei computer e l’obsolescenza del lavoro manuale di calcolo. Mary Jackson è la prima ingegnera donna nera, un traguardo raggiunto superando ostacoli legali e sociali incredibili per poter frequentare corsi preclusi ai neri. (Le barriere erano evidenti: i cartelli “Colored Girls Only” per i bagni e le mense separate erano una realtà quotidiana. Anche se negli uffici la segregazione non era sempre così manifesta, il pregiudizio era palpabile: erano donne nere, e per questo non venivano prese pienamente sul serio).
E poi c’è Katherine Johnson, “la calcolatrice” per eccellenza, la cui brillante mente matematica ha permesso di eseguire i calcoli indispensabili per le traiettorie dei voli spaziali, inclusa la missione che portò John Glenn in orbita.
Il libro si distingue per il suo stile asciutto e tecnico, tipico di un saggio storico. L’autrice riporta una mole impressionante di dati e fatti, contestualizzando ogni progresso scientifico e tecnologico nel tumultuoso periodo della Guerra Fredda e della corsa allo spazio. A differenza di un romanzo, non ci sono dialoghi intesi come scambi diretti tra i personaggi, ma piuttosto citazioni da documenti, interviste e resoconti che testimoniano le loro parole e azioni. Il ritmo, di conseguenza, è cadenzato dalla successione degli eventi storici e delle innovazioni scientifiche, piuttosto che dalle dinamiche interpersonali. L’autrice si concentra poco sugli aspetti più intimi e personali delle vite delle protagoniste, privilegiando l’accuratezza storica e l’impatto del loro lavoro sul contesto generale. Il suo stile è allineato perfettamente con l’intento di un’indagine storiografica.
Leggere “Il diritto di contare” mi ha fatto riflettere su quante storie di donne, brillanti e capaci, siano rimaste nell’ombra, spesso perché il loro lavoro veniva sminuito o attribuito ad altri. Il concetto di “calcolatrici” è emblematico: una parola che, se da un lato definiva la loro funzione, dall’altro sminuiva la loro eccellenza e intelligenza.
Mi è poi venuto in mente un confronto con la “regina degli scacchi”, una donna con una mente logica e strategica come quella delle protagoniste, ma che la porta alla rovina (abuso di psicofarmaci, alcolismo, alienazione). Anche lei deve fare i conti con la discriminazione, con essere una donna in un ambiente di soli uomini, ma ne esce distrutta. Ne è sopraffatta. Forse perché era sola? Il supporto di altre donne l’avrebbe aiutata?
Ho notato che una “rete di donne” che si sostengono a vicenda, aiutandosi in un contesto apertamente ostile (come ne “L’alveare” o anche ne “Gli aghi d’oro” nonostante il contesto di illegalità) gioca un ruolo primario nelle conquiste sociali delle donne.
Come molti di voi sapranno, da questo libro è stato tratto un film, anch’esso intitolato “Il diritto di contare” (Hidden Figures). Ho avuto modo di vederlo dopo aver letto il libro e devo dire che accentua alcuni aspetti e introduce dialoghi e scene che nel saggio originale sono trattati in modo più didascalico o assenti. Questo è normale per un adattamento cinematografico, che deve creare una narrazione coinvolgente. E ci è riuscito.
Nel complesso, il film è ben fatto e fedele al tono di fondo di celebrazione e riconoscimento, ma consiglio di leggere il libro a chi cerca più dati e accuratezza storica (nel film la linea temporale è stata “piegata” alle esigenze cinematografiche).
Nonostante la retorica della corsa allo spazio sia sempre incentrata su eroi maschili bianchi, il successo è intrinsecamente legato al lavoro invisibile di queste donne. Senza di loro, senza la loro capacità di “contare”, ovvero di fare matematica con precisione ineguagliabile, la NASA non avrebbe potuto raggiungere i suoi obiettivi. È un gioco di parole potente, “Il diritto di contare”, che non significa solo fare calcoli, ma anche avere diritto di essere considerati, riconosciuti, di “contare” nella storia.
Questo libro ci ricorda come le esigenze belliche, in questo caso la Seconda Guerra Mondiale e la successiva Guerra Fredda con la corsa allo spazio, abbiano involontariamente aperto delle porte. Nel 1943, in piena emergenza, la NACA (poi NASA) aveva una richiesta continua di ingegneri e matematici. Questo portò a reclutare donne bianche, uomini di colore e poi anche donne di colore. Sebbene la segregazione fosse ancora una realtà e le opportunità non fossero affatto “uguali”, questa necessità creò un terreno fertile per l’emergere di talenti precedentemente esclusi, anticipando, seppur in modo embrionale, le rivendicazioni per i diritti civili degli anni ’70. La storia, spesso, crea percorsi inaspettati verso il progresso. Mi sono chiesta quante altre figure femminili brillanti siano state sottovalutate o la cui immagine sia stata distorta nel corso della storia.
“Il diritto di contare” è un libro che mi ha arricchita. Non è una lettura da intrattenimento, dato il suo carattere di saggio storico, ma comunque gratificante.
E voi, avete già letto “Il diritto di contare” o visto il film?
Quali sono le storie di donne straordinarie che vi hanno colpito di più?
Condividete i vostri pensieri nei commenti!
Laura
Alla tua domanda rispondo che ho visto il film, e mi è piaciuto molto. In particolare la scena in cui Kevin Costner demolisce a martellate l’insegna del bagno riservato alle donne nere.
Interessante, me lo segno e sicuramente guarderò anche il film