“Quattordici giorni” di Margaret Atwood e Douglas Preston

Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di un esperimento letterario davvero particolare, un libro che ha messo in moto pensieri profondi. Parliamo di “Quattordici giorni”, un romanzo corale a cura di Margaret Atwood e Douglas Preston.
Appena l’ho preso in mano, ho capito che non era un romanzo “classico”. L’idea di un’opera scritta da un collettivo di autori, tenuti anonimi fino alla fine, mi ha subito intrigata.

Pubblicato nel 2024, il libro si inserisce a pieno titolo in quella corrente letteraria post-pandemica che cerca di elaborare e raccontare ciò che abbiamo vissuto, usando la finzione per parlare di temi universali.
Nei ringraziamenti finali viene svelato il meccanismo e l’elenco degli autori. Un consiglio spassionato: non leggeteli prima! Il gioco sta proprio nel lasciarsi sorprendere alla fine.

New York, marzo 2020. In un condominio del Lower East Side, gli inquilini, fino a ieri sconosciuti, iniziano a trovarsi ogni sera sul tetto. Portano sedie, lanterne e, soprattutto, storie. A narrare il tutto è la nuova portinaia del palazzo, che registra questi racconti, creando un mosaico di vite.

Ogni capitolo è la storia di un personaggio, e ogni personaggio è scritto da un autore diverso. Questa è la grande forza e, per certi versi, la debolezza del libro. Il ritmo è inevitabilmente altalenante. Alcuni racconti sono gemme, altri sembrano esercizi di stile un po’ slegati.

Dai miei appunti ho estratto due racconti che mi sono piaciuti, due perle a mio giudizio.
Giorno 8: La storia firmata da Charlie Jane Anders, intitolata “Sul ciglio della strada”. Una favola moderna su due sorelle, una condannata a sentire solo la verità e l’altra a vedere le bugie trasformarsi in realtà. Una riflessione potentissima sul ruolo, spesso necessario e complesso, delle bugie e delle verità nei nostri rapporti umani.

Giorno 10: Un racconto che sospettavo fosse della Atwood e infatti lo era. Intitolato “La Sterminatrice”, riprende il mito di Aracne e il tema della tessitura, da sempre associato al femminile e al destino. Il collegamento con altre opere come “La fabbrica dei destini invisibili” o anche un romanzo come “Gli anni dell’abbondanza” già inseriti nella mia TBR è immediato e li ha fatti avanzare di parecchie posizioni nell’ordine di lettura.

Il romanzo si conclude con un “colpo di scena” che, a dire il vero, sospettavo da circa metà libro. Eppure, anche se avrebbe potuto essere un finale tragico, è stato trattato con una serenità tale da addolcirlo, senza lasciare l’amaro in bocca ma chiudendo il cerchio in modo giusto e toccante.

Il richiamo più esplicito è al Decameron di Boccaccio. Come i giovani fiorentini si salvarono dalla Peste Nera narrando novelle, così i condomini newyorkesi si salvano dal COVID-19 (e dalla solitudine) grazie alle storie. Un’idea antica, ma potentissima e sempre attuale.

Questa lettura ha attivato in me delle riflessioni profonde, che vanno oltre la trama stessa. La prima è nata da una frase che sembra scritta apposta per descrivere l’atmosfera di condivisione del romanzo: “Eravamo poveri, ma di quella povertà di cui non ti rendi neanche conto, perché tutti sono messi male come te.”



Questa frase mi ha fatto pensare alla povertà di cento anni fa: una condizione concreta, di pane e vestiti, ma condivisa, che non umiliava perché era la norma. Oggi, almeno qui da noi, abbiamo superato quella fame. Abbiamo case piene di oggetti, frigoriferi pieni, tecnologie. Eppure, sentiamo un vuoto diverso, una povertà che non si vede. Siamo poveri di tempo vero, di ascolto reciproco, di attenzione, di silenzio condiviso. Una povertà di relazioni autentiche che cresce in silenzio perché, ancora una volta, ci riguarda quasi tutti. E forse la vera ricchezza, oggi, è riscoprire l’essenziale, proprio come sono costretti a fare i personaggi del libro quando il mondo si ferma.

E un’altra riflessione, forse la più importante che questo libro mi ha lasciato. Le storie raccontate sul tetto non sono solo passatempi; sono confessioni, liberazioni. Molti personaggi portano il peso di traumi, paure, segreti. Ciò che non viene raccontato non sparisce, ma cresce dentro come un’ombra.
Mi è tornato in mente un episodio della Melevisione, “Fata Lina e il potere delle parole”, in cui la fata, vittima di attenzioni sbagliate, si chiude in un silenzio che la consuma. Il suo amico Tonio le legge una filastrocca che dice: un segreto nascosto “beve il buio come inchiostro e diventa mostro”. Ma c’è una soluzione: “Apro la mia bocca alle parole”.
Ecco, i personaggi di “Quattordici giorni” fanno esattamente questo. Salgono sul tetto e aprono la bocca alle parole. Raccontano i loro mostri – piccoli o grandi che siano – e, nel farlo, tolgono loro potere. La condivisione diventa uno strumento di liberazione, una cura. Il libro, in questo senso, è una celebrazione del valore salvifico della parola.

Tirando le somme, “Quattordici giorni” mi è piaciuto? Sì, sono contenta di averlo letto. Mi ha offerto spunti di riflessione variegati, come avete visto. L’esperimento letterario è audace e, nel complesso, riuscito, anche se la discontinuità tra i racconti a volte spezza l’incantesimo. È stato affascinante, ma ora sento il bisogno di tornare a un’unica voce che mi accompagni dall’inizio alla fine.

Lo consiglio a chi cerca una lettura non convenzionale, a chi ama le storie che diventano pretesto per esplorare l’animo umano. Se cercate un romanzo tradizionale, forse non fa per voi, ma se siete disposti a lasciarvi trasportare da un coro di voci diverse, troverete una grande ricchezza.

E voi cosa ne pensate? Vi è mai capitato che un libro vi portasse a riflessioni così personali e inaspettate? E soprattutto, vi chiedo: oggi, di cosa ci sentiamo poveri davvero?

Fatemelo sapere nei commenti qui sotto!

A presto,
Laura

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