“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di un libro che mi ha fatto riflettere a lungo: “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood. Forse lo conoscete per la celebre serie TV, ma fidatevi, l’esperienza della lettura è un’altra cosa, profonda e inquietante. La mia curiosità verso questo romanzo è nata in un modo un po’ particolare: avevo sentito parlare de “L’alveare” di Margaret O’donnell, un romanzo a cui pare “Il racconto dell’ancella” fosse in qualche modo collegato o si fosse ispirato. Incuriosita da questa possibile connessione e attratta dai temi che entrambi i libri sembravano affrontare, ho deciso di iniziare da “Il racconto dell’ancella”, che ho acquistato in e-book. E devo dire che sono contenta di averlo fatto.

Il titolo originale, “The Handmaid’s Tale”, è stato tradotto in italiano come “Il racconto dell’ancella”, una versione fedele, anche se “Tale” in inglese può richiamare non solo una semplice narrazione, ma una “storia” o una “favola” con un valore di ammonimento più profondo, mentre “Handmaid” indica chiaramente la funzione di queste donne, ridotte a meri strumenti riproduttivi. L’anno di pubblicazione, il 1985, lo colloca in un periodo cruciale per la letteratura distopica e femminista. La Atwood stessa lo definisce “speculative fiction”, ovvero una finzione che si basa su eventi o tendenze reali, non pura fantascienza. E, in effetti, leggere questo libro oggi è un’esperienza ancora più disturbante, considerando certi sviluppi sociali. 

La copertina della mia edizione, e spesso quelle che si trovano in giro, è un gioco di simboli: il rosso, il colore delle ancelle, che evoca fertilità ma anche violenza e controllo; il bianco, che dovrebbe significare purezza ma in realtà è segno di sottomissione e annullamento dell’individualità. 

Anche le dediche a inizio libro sono un indizio: a Mary Webster, un’antenata dell’autrice accusata di stregoneria nel ‘600, un parallelo con la persecuzione delle donne in Gilead, e al Professor Perry Miller, suo mentore e studioso della storia puritana americana, le cui ricerche hanno plasmato l’inquietante teocrazia del romanzo. 

Infine, le citazioni iniziali preparano il terreno: dal Libro della Genesi, per il tema della procreazione forzata; da Jonathan Swift, per la sua satira feroce che denuncia le follie umane; e un proverbio Sufi, che suggerisce la brutalità della sopravvivenza in un mondo senza regole chiare. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera unica.



“Il racconto dell’ancella” ci porta nella Repubblica di Gilead, un regime teocratico sorto sulle ceneri degli Stati Uniti, dove l’infertilità diffusa ha portato a un drastico controllo sulla vita e il corpo delle donne. La storia è narrata in prima persona da Difred (Offred in originale, inteso come “di proprietà di..”), una delle poche donne ancora fertili, costretta a servire come “ancella” nella casa di un Comandante con l’unico scopo di procreare. La trama si dipana attraverso la sua narrazione in prima persona, un flusso di coscienza che mescola presente e flashback del suo passato, frammenti della vita “prima” e ricordi della sua famiglia perduta. Questo stile “pasticciato”, come l’ho definito nei miei appunti, è ciò che rende la lettura così intima e a tratti claustrofobica, facendoci sentire intrappolati nella mente di Difred. Le donne sono catalogate in rigide categorie – Mogli, Ancelle, Marte, Zie – e la brutalità del sistema non è un’improvvisa apocalisse, ma l’inquietante evoluzione di tendenze già presenti nella società.

Difred è una figura complessa, la sua ribellione è quasi impercettibile, fatta di pensieri, piccoli gesti e una personale interrogazione sulla “speranza”. La sua relazione con il Comandante è ambigua, un misto di sottomissione e disperata ricerca di umanità. La moglie del Comandante, Serena Joy, è a sua volta prigioniera del sistema che ha contribuito a creare. E poi c’è Nick, l’autista, un barlume di speranza e intimità in un mondo sterile. Le relazioni tra le donne, tra rivalità e solidarietà, come con l’Ancella Diglen o l’amica Moira, mostrano il disperato tentativo di mantenere la propria individualità.

Il ritmo del romanzo è meditativo e spesso lento, scandito dai rituali imposti dal regime. Lo stile di Margaret Atwood è preciso, poetico, con un uso magistrale del monologo interno che ci immerge completamente nella psiche di Difred. La narrazione non lineare, con continui salti tra presente e passato, riflette la natura frammentata della memoria e della percezione di Difred. L’autrice si avvale spesso di ironia e metafora, fornendo una critica sottile ma potente delle norme sociali, e nonostante la gravità dei temi, il dialogo è naturale e spesso intriso di un umorismo acuto. Ho apprezzato particolarmente la profonda esplorazione della psicologia femminile, la rappresentazione di un mondo inquietante costruito con pochi tratti e l’attenzione alle dinamiche di potere.

“Il racconto dell’ancella” si inserisce a pieno titolo tra le grandi distopie letterarie. Le sue somiglianze con classici come “1984” di George Orwell, per il controllo totale, e “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, per la manipolazione della riproduzione, sono evidenti. Ma veniamo alla questione che mi ha spinto a leggerlo: il confronto con “L’alveare” di Margaret O’donnell. È importante notare che “Il racconto dell’ancella” è stato pubblicato nel 1985, mentre “L’alveare” è uscito nel 1980. Quindi, l’idea di un’ispirazione diretta regge cronologicamente. Se, però, vogliamo essere buoni possiamo pensare che entrambe le autrici, in quel periodo storico, abbiano attinto a preoccupazioni e tendenze simili riguardo al ruolo delle donne, alla fertilità e ai movimenti conservatori, sviluppandole in direzioni distopiche parallele ma indipendentemente. Questo rende il confronto tra i due libri ancora più intrigante, e non vedo l’ora di leggerlo!

Sicuramente molti di voi conosceranno “Il racconto dell’ancella” per la serie televisiva di Hulu, iniziata nel 2017 con Elisabeth Moss, anche se c’è stato anche un film nel 1990. Io non ho ancora visto la serie TV, ma le opinioni online sono quasi unanimemente positive. È acclamata per la recitazione, la cinematografia potente e spesso cupa, e la capacità di espandere l’universo di Gilead in modo dettagliato e terrificante. Viene spesso elogiata per i suoi parallelismi con temi attuali e la sua capacità di far riflettere sui diritti e l’oppressione. Molti la trovano difficile da guardare per la sua brutalità e intensità, ma al contempo avvincente. Pur prendendosi delle libertà narrative rispetto al libro, è generalmente considerata fedele al tono e allo spirito dell’opera originale, intensificando ulteriormente l’orrore e la speranza presenti nel libro.

Questo libro mi ha lasciato con un’infinità di spunti. Ho notato come Difred si adatti a fasi diverse: dal timore iniziale alla curiosità, fino a una disperata forma di sopravvivenza. Il romanzo ci fa riflettere su quanto siamo disposti a scendere a compromessi per continuare a vivere, e quanto l’istinto di sopravvivenza possa spingerci all’egoismo. C’è poi l’inquietante riflessione sulla “normalità”: ciò che è normale non è necessariamente ciò che è giusto, ma solo ciò a cui ci si è abituati. E il valore delle cose? Gilead ci insegna che “una cosa ha valore solo se è rara e la si ottiene con difficoltà”, un concetto distorto che si applica anche alla fertilità. Ho trovato molto interessante anche la dinamica tra le donne stesse: pur essendo tutte oppresse, si giudicano e rivaleggiano tra loro, dimostrando come un sistema totalitario possa dividere anche gli oppressi. E il finale aperto? Un vero pugno nello stomaco, che lascia con infinite domande: salvezza o trappola?

“Il racconto dell’ancella” è un romanzo che va ben oltre la semplice trama distopica. È una profonda esplorazione della condizione umana, della libertà e dell’oppressione, della resilienza e della disperazione. Mi ha arricchita enormemente, mi ha fatta riflettere a lungo, fino all’ultima pagina. Lo consiglio vivamente a chiunque cerchi una lettura che scuota, che faccia pensare e che rimanga impressa.

Questa lettura ha sicuramente lasciato il segno. Sono ora più che mai decisa a leggere altro di Margaret Atwood. Nonostante l’intensità, il genere distopico continua ad affascinarmi; non sento il bisogno di cambiare, anzi, credo che continuerò a cercare storie che esplorano scenari futuri e le implicazioni sociali e politiche. Ovviamente, la mia prossima lettura sarà “L’alveare” di Margaret O’donnell, proprio per quel confronto che mi ha spinto a leggere questo capolavoro. Sono curiosa di vedere se le somiglianze tematiche sono così evidenti e quanto la percezione iniziale di un legame fosse fondata! 

E voi, avete letto “Il racconto dell’ancella”? Avete visto la serie? Quali sono le vostre impressioni? Fatemelo sapere nei commenti!

Laura

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