Ciao a tutti amici del blog, io sono Laura e oggi posto la recensione di un romanzo che ha saputo incantarmi fino all’ultima riga e, dato che oggi ne ricorre l’anniversario, colgo l’occasione per ricordare l’autore venuto a mancare cinque anni fa.
Ho sempre visto i titoli di Carlos Ruiz Zafón troneggiare nelle librerie e ho sentito tante lodi sulla bocca di appassionati lettori. Nonostante ciò, non avevo mai letto niente di suo. Forse percepivo le sue opere molto distanti dai miei gusti (a torto, devo ammetterlo!). Poi, il 19 giugno 2020, con la sua morte, lo scalpore e i riflettori che sono tornati a puntare su di lui mi hanno spinta a decidere di provare a leggere qualcosa di suo. Ho evitato accuratamente di ascoltare pareri e opinioni, scegliendo di immergermi in “L’ombra del vento” senza preconcetti. Il mio buon proposito, però, ha iniziato a ricoprirsi di polvere, finché… ecco che arriva Elena, la mia “deus ex machina”!
Anni dopo quella decisione, una del tutto ignara Elena mi ha portato una copia del libro. Non era una copia nuova di zecca, ma un volume usato. E cosa leggo nelle primissime pagine del romanzo? “Ogni libro possiede un’anima di chi lo ha scritto. E di chi lo ha letto. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine il suo spirito acquista forza”.
Mi sono da poco aperta al mondo dell’usato (ndr. che è ben lontano da “usurato”), e secondo me è una cosa profonda che crea legami invisibili tra sconosciuti ignari, e questo libro ne è stata la prova vivente per me.
Un piccolo aneddoto personale: nella prima pagina del mio volume, una grafia femminile ha annotato la data “28 gennaio 2007” e c’era un segnalibro di una libreria di Rapallo. Elena lo ha comprato a Sampierdarena, quindi questo libro ha fatto un po’ di strada! Lo sto leggendo circa diciotto anni e mezzo dopo quella data… e mi sono chiesta: cosa avrà fatto quella ragazza in tutti questi anni? In che modo la lettura di questo libro avrà o non avrà influito su di lei? Queste domande hanno reso la mia esperienza di lettura ancora più personale e intrisa di mistero, proprio come la trama che stavo per affrontare.
Ed è per questo che ora siete qui a sorbirvi la mia recensione!

Il titolo originale, La Sombra del Viento, è stato tradotto fedelmente in italiano come L’ombra del vento. Questa scelta è perfettamente coerente e mantiene intatto il mistero e la poesia evocati dal titolo originale. Le ragioni di questa traduzione diretta sono probabilmente legate alla sua sonorità e alla sua capacità di catturare immediatamente l’essenza della storia, unita al fatto che non necessita di particolari adattamenti per il pubblico italiano.
Pubblicato in Spagna nel 2001, “L’ombra del vento” si inserisce nel contesto letterario del periodo come un’opera che ha saputo catturare l’attenzione globale, mescolando elementi di thriller, romanzo storico, mistero e un tocco di gotico. Si colloca all’interno della produzione di Zafón come il primo volume della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, segnando un punto di svolta nella sua carriera e consacrandolo come uno degli autori spagnoli più letti a livello internazionale.
“L’ombra del vento” ci catapulta nella Barcellona del dopoguerra, un’atmosfera sospesa tra il fascino gotico e le ferite di un passato recente. La trama si snoda a partire da un mattino del 1945, quando il piccolo Daniel Sempere viene condotto dal padre nel Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo segreto dove vengono custoditi i libri che la memoria ha condannato all’oblio. Qui, Daniel sceglie il libro che cambierà la sua vita: “L’ombra del vento” di Julián Carax. Questo incontro lo spinge in un’intricata ricerca per scoprire la verità sulla vita e sulla misteriosa scomparsa dell’autore, un percorso che lo porterà a svelare segreti inconfessabili, amori tormentati e vendette sanguinose.
I personaggi sono indimenticabili: Daniel, il protagonista, che cresce e matura attraverso le sue scoperte; suo padre, un libraio saggio e affettuoso; Fermín Romero de Torres, un vagabondo con un passato misterioso e un umorismo irresistibile, che diventa il fedele compagno di avventura di Daniel; Nuria Monfort, figura enigmatica legata al passato di Carax; e naturalmente, Julián Carax stesso, la cui ombra aleggia su tutta la narrazione. Ogni personaggio è scolpito con maestria, con un proprio passato e una propria profondità psicologica, rendendo la storia ricca di sfumature e umanità.
Il ritmo della narrazione è avvincente e incalzante. Zafón sa dosare perfettamente i colpi di scena, mantenendo alta la tensione e la curiosità del lettore. La prosa è ricca, evocativa e suggestiva, con descrizioni dettagliate che dipingono una Barcellona vivida e misteriosa. Lo stile è elegante e ricercato, ma allo stesso tempo scorrevole, permettendo al lettore di immergersi completamente nella storia.
Ho trovato istruttivo anche il contesto storico che, pur non essendo trattato in modo esaustivo (non ha scopo divulgativo quindi è giusto così) si riesce a capire perfettamente. Il modo in cui Zafón intreccia le storie personali dei personaggi con la grande storia, quella della Barcellona post-bellica, con le sue cicatrici e le sue contraddizioni.
La circolarità della narrazione, che si apre e si chiude sul Cimitero dei Libri Dimenticati e sul passaggio della passione per la lettura da padre in figlio, è un tocco di genio che conferisce al romanzo una risonanza particolare e un senso di compimento.
E a proposito di profondità, durante la lettura mi è venuto spontaneo fare un parallelismo con la poesia italiana, in particolare con “Spesso il male di vivere ho incontrato” di Eugenio Montale. Mi ha colpito come Zafón, pur con un linguaggio diverso, evochi un “male di vivere” attraverso immagini di decadimento e fragilità: vede la morte nelle foglie secche degli alberi, negli uccellini caduti dal nido, in mezzo ai vecchi, nello scrosciare incessante della pioggia. È una sensazione di fragilità esistenziale diffusa. Questo mi ha ricordato la visione di Montale, che nel suo celebre verso vede il male nel “rivo strozzato che gorgoglia”, nell'”incartocciarsi della foglia riarsa”, nel “cavallo stramazzato”. Entrambi gli autori riescono a cogliere la sofferenza e la precarietà nell’ordinarietà del mondo. Ma se per Montale a questo male si contrappone un “bene” effimero, dato dall’indifferenza di una “nuvola”, di un “falco alto nel cielo”, in Zafón la speranza e la bellezza risiedono proprio nella resilienza della memoria, nella forza delle storie e nei legami umani che, pur fragili, resistono. E pensare che quest’anno ricorre anche il centenario dalla pubblicazione di “Ossi di seppia”, un’ulteriore coincidenza inaspettata!
E voi, l’avete letto? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto! Non vedo l’ora di leggere le vostre opinioni e di confrontarmi con voi su questo magnifico romanzo. Alla prossima recensione, amiche e amici lettori!
Laura
L’ho letto ed è entrato a far parte della mia biblioteca personale.
Un libro davvero bellissimo e che in futuro rileggerò sicuramente.
I personaggi e la storia sono descritti in modo magistrale e sono uno di quei libri che restano nel cuore a lungo.
Buona domenica Laura, 😀!
Ciao Eleonora, grazie per essere passata. Buona settimana!😀