Ciao a tutti, sono Laura. Oggi vorrei parlarvi di una domanda che torna a galla con insistenza ogni volta che si riprendono in mano le pagine de “Gli indifferenti”: siamo davvero sicuri che il contrario dell’amore sia l’odio, o non sia piuttosto quell’impalpabile, soffocante incapacità di provare qualsiasi cosa che chiamiamo indifferenza?
È un interrogativo che si colloca alla radice stessa della paralisi morale che Alberto Moravia ha saputo raccontare con una lucidità quasi spietata. Se con “Il conformista” l’indagine si spingerà più tardi a verificare dove conduca l’ossessione per la normalità quando si fa sistema politico e sociale, nell’esordio del 1929 ci si ritrova nel nucleo originario dell’infezione.
Nel 1925 Alberto Moravia ha appena diciotto anni. Ammalato di tubercolosi ossea, trascorre lunghi mesi nel sanatorio di Bressanone, immerso in un silenzio forzato che spaventerebbe chiunque; ed è proprio lì, in quella condizione di isolamento e di coatta immobilità del corpo, che comincia a scrivere. Quando il libro vedrà la luce nel 1929, stampato a sue spese presso l’editore Corticelli perché la critica ufficiale esitava di fronte a uno sguardo così privo di consolazioni, il panorama letterario italiano viene investito da una corrente di aria gelida. Non c’è alcuna traccia del lirismo dannunziano che ancora intossicava tanta prosa dell’epoca, né si avvertono le magniloquenze e i trionfalismi del regime che andava consolidando il proprio potere. C’è soltanto la stanziale, grigia, insostenibile verità di un interno borghese.
La vicenda si consuma in pochi giorni, quasi nel rispetto delle unità aristoteliche, dentro una Roma umida e piovosa, fatta di salotti carichi di tende pesanti, divani di velluto consumato, specchi che restituiscono immagini stanche. La famiglia Ardengo sta crollando. La madre, Mariagrazia, è una donna vanitosa, terrorizzata dall’invecchiare e del tutto incapace di cogliere la realtà; vive nell’illusione di un amore ormai marcito per Leo Merumeci, uomo d’affari cinico, volgare, privo di qualunque scrupolo. Leo sta letteralmente spogliando la famiglia dei suoi beni, approfittando dell’incompetenza e della cecità degli Ardengo per ipotecare e infine appropriarsi della loro villa.
Il vero centro gravitazionale della narrazione, tuttavia, non risiede nella truffa finanziaria, bensì nelle figure dei due figli: Carla e Michele.
Carla compie vent’anni all’inizio del romanzo. Sente addosso il peso di un’esistenza ripetitiva, stantia, priva di qualunque prospettiva autentica. Quando Leo Merumeci comincia a farle avances sempre più esplicite, Carla non reagisce con sdegno, né si concede per una passione travolgente. Accetta quel contatto semplicemente perché spera che quell’atto, per quanto degradante, possa interrompere la monotonia e inaugurare la tanto agognata “vita nuova”. È il sesso usato come un martello per tentare di rompere il vetro di una gabbia, con l’unico risultato di ferirsi e rimanere comunque chiusi all’interno.
Michele, d’altro canto, rappresenta uno dei ritratti psicologici più lucidi del Novecento. Egli sa tutto: sa che Leo sta truffando la madre, sa che insidia sua sorella, sa che la famiglia sta precipitando nella rovina. Soprattutto, Michele sa perfettamente che cosa dovrebbe provare. Dovrebbe provare rabbia, sdegno, gelosia, desiderio di vendetta. Cerca continuamente di recitare la parte dell’uomo d’onore, dell’eroe tragico che riscatta la propria casata. Tuttavia, dentro di sé non trova nulla se non un vuoto pneumatico, un’assenza totale di slancio emotivo.
La celebre scena in cui Michele compra una pistola con l’intenzione di uccidere Leo Merumeci è al tempo stesso grottesca e straziante. Va a casa dell’antagonista, impugna l’arma, cerca di caricarsi della giusta dose di furore drammatico e spara, per poi accorgersi di aver dimenticato di caricare il colpo in canna. La pistola fa un debole scatto a vuoto. Non c’è la grandezza della tragedia, ma la farsa di un gesto incompiuto, seguita da una conversazione imbarazzata in cui l’aggressore mancato accetta un bicchiere di liquore mentre il suo rivale gli spiega, con condiscendenza paternalistica, come vanno le cose nel mondo reale.
Questa è la cifra profonda del romanzo: l’impossibilità del dramma. I personaggi vorrebbero essere protagonisti di un’opera classica, ma la loro consistenza umana è così svuotata da produrre soltanto vaudeville, sordide commedie di costume dove tutto si aggiusta, tutto si accetta e tutto si digerisce in nome della tranquillità e del quieto vivere. Moravia scrive così, con quasi vent’anni d’anticipo rispetto all’esistenzialismo francese, un romanzo fondamentale sull’assurdo e sulla nausea. Anni prima de *La nausea* di Sartre o de *L’étranger* di Camus, l’autore romano cala l’estraneità da se stessi e dal mondo non in un’astrazione filosofica o nei caffè parigini, ma dentro il salotto soffocante di una famiglia della capitale.
Lo spazio ha un ruolo determinante. La casa degli Ardengo non è un semplice sfondo, ma un’estensione della pelle dei personaggi, un involucro claustrofobico da cui sembra impossibile evadere. La descrizione dei mobili, delle tappezzerie, del vapore sulle finestre e della pioggia insistente restituisce quasi fisicamente un odore di chiuso, di polvere, di cibi scaldati e profumi a buon mercato usati per coprire il degrado del tempo. In questo perimetro, il denaro e il sesso perdono ogni carica vitale o ideale per diventare puri strumenti di scambio dentro una società che ha dismesso ogni valore. Leo Merumeci acquista la villa e dispone dei corpi con la stessa indifferenza contabile; Mariagrazia si sottomette per paura della povertà; Carla si vende per noia; Lisa, l’amica di famiglia, cerca Michele per riempire il vuoto della propria maturità trascurata. Nessuna relazione è mossa da amore o da autentica lussuria, ma da un bisogno meccanico di sentire qualcosa, pur di non guardare nell’abisso della propria irrilevanza.
Il legame con la figura del conformista risalta qui in tutta la sua evidenza. Se Marcello Clerici cercherà disperatamente di integrarsi nel sistema per cancellare la propria diversità, nell’apatia degli Ardengo si assiste alla genesi psicologica di quel tipo umano. L’indifferente è il terreno fertile su cui cresce il conformista: chi non possiede principi etici radicati ed è abituato a lasciar scorrere le cose adattandosi al compromesso più comodo diventerà la materia prima ideale per qualunque autorità o struttura di potere. Non sorprende che la critica dell’epoca accolse il testo con sconcerto e irritazione. Pur non contenendo un’opposizione politica esplicita, il libro risultava eversivo proprio perché mostrava come, sotto la retorica del vigore e dei valori tradizionali, la classe dirigente fosse profondamente stanca, cinica e pronta a barattare la propria dignità pur di mantenere una rendita di posizione.
Al di là della ricostruzione storica e letteraria, la figura di Michele — con la sua rabbia impotente e il suo guardarsi allo specchio chiedendosi perché non riesca a piangere — somiglia in modo inquietante a una diagnosi del contemporaneo. Immersi in una mole incalcolabile di stimoli, tragedie in diretta e dibattiti urlati, la risposta più frequente finisce per essere una forma di anestesia: l’incapacità di indignarsi a lungo, l’impossibilità di trasformare un’emozione passeggera in un’azione concreta, la tendenza a osservare lo scorrere degli eventi con la medesima neutralità.
Carla Ardengo, sul finale, accetta il compromesso definitivo partecipando a un ballo mascherato, fasciata nel suo abito elegante, mentre fa il suo ingresso definitivo nell’ordine costituito delle cose. Ha scambiato il suo vago desiderio di riscatto con la sicurezza di una routine uguale a quella di sua madre. Si tratta di una conclusione priva di catarsi, dove non c’è punizione né ravvedimento, ma solo il prosieguo della vita normale: una vita in cui le maschere si sono incollate ai volti al punto da non potersi più staccare.
Voi cosa ne pensate? Questa sensazione di intorpidimento di fronte al presente vi sembra un meccanismo di difesa inevitabile per sopravvivere alla sovraesposizione quotidiana, o non rappresenta piuttosto la forma aggiornata di quella stessa paralisi che Moravia raccontava quasi un secolo fa? Lasciate la vostra opinione nei commenti, vi aspetto.
Io non amo Moravia, ma questo romanzo mi è piaciuto e credo che sia il suo migliore; è vero che rende benissimo il senso di una paralisi interiore che non permette nessuna reazione. Io penso che molti percepiscano questa sensazione anche oggi, quando ci sentiamo così impotenti nei confronti di eventi che non riusciamo a controllare