Ciao a tutti, sono Laura e sto riorganizzando la mia libreria. Ho deciso di fare un lavoro ben fatto perché una parte rifletteva la mia predisposizione attuale (per classi e generi) mentre prima era un po’ più “cromatica”. Ecco perché mi sono cimentata in questa follia che però mi sta dando soddisfazione facendomi riscoprire tomi che avevo dimenticato e quindi mi sembra di essere in una libreria a caccia di perle rare.

Quando “L’ospite” di Stephenie Meyer arrivò per la prima volta tra le mie mani nell’ormai lontano 2008 lo accolsi con una buona dose di scetticismo, condizionata come ero dall’impatto mediatico di “Twilight” che all’epoca mi aveva travolta facendomi sorvolare sulle sue evidenti debolezze strutturali, eppure man mano che sfogliavo quelle pagine mi rendevo conto di trovarmi di fronte a un’opera matura, inaspettata e capacissima di scardinare l’etichetta di scrittrice di romance adolescenziale che avevo frettolosamente cucito addosso all’autrice.
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Il titolo originale “The Host” rende in maniera decisamente più pregnante ed essenziale il doppio senso biologico e concettuale dell’entità che ospita e dell’entità che viene ospitata, un concetto che la traduzione italiana conserva solo parzialmente ma che si integra perfettamente nell’elegante veste grafica Rizzoli, la cui copertina iconica e minimale funge da portale per un romanzo che si colloca come un punto di svolta unico all’interno della produzione dell’autrice.
Sotto la categoria di fantascienza di genere si cela un saggio narrativo sull’identità, sul libero arbitrio e sull’orrore dell’intimità violata, ambientato in un futuro distopico in cui la Terra è stata pacificamente e silenziosamente invasa dalle Anime, parassiti alieni che azzerano i conflitti umani prendendo il controllo dei corpi ospiti. La trama segue le vicende di Melanie Stryder, una delle ultime sopravvissute della resistenza umana, il cui corpo viene occupato da un’Anima millenaria chiamata Viaggiatrice, dando vita a un’inedita coabitazione cerebrale in cui la mente originale rifiuta di dissolversi e ingaggia una lotta interiore che si trasforma presto in un dialogo intimo e doloroso.
La psicologia dei personaggi si muove su livelli di straordinaria complessità emotiva e il ritmo narrativo, fluido e avvolgente, non procede per esplosioni spettacolari ma per stratificazioni psicologiche, disegnando un affresco che trova affascinanti parallelismi con capisaldi della letteratura e del cinema come “L’invasione degli ultracorpi” di Jack Finney del 1955, la spietata trilogia di “Xenogenesis” di Octavia Butler o il bioterrorismo cellulare di “Parasite Eve” di Hideaki Sena, pur distinguendosi da essi per la capacità di trasformare la minaccia aliena in una simbiosi profonda e in una terza entità relazionale prima inesistente.
Una rilettura recente mi ha portata a una conclusione emotiva profonda, confermandomi come il libro rappresenti l’apice artistico dell’autrice e spingendomi a raccomandarlo a chiunque cerchi una narrazione capace di interrogare i confini della nostra umanità, pur restando un’opera leggera.
Laura
Come di consueto, alcuni spunti di riflessione:
1. In che modo la coesistenza forzata e il contesto plasmano la nostra capacità di provare empatia verso ciò che percepiamo come estraneo?
2. Fino a che punto l’assenza di conflitto e di dolore proposta dalla società delle Anime è preferibile alle imperfezioni e alle violenze intrinseche della natura umana?
3. Vi è mai capitato di rileggere a distanza di anni un libro o un autore inizialmente sottovalutato e scoprire una profondità che al primo incontro vi era completamente sfuggita?
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