Ciao a tutti, sono Laura. Ho deciso di leggere “La dama di picche” (Pikovaja dama) di Aleksandr Puškin per approcciarmi alla grande letteratura russa, ma con una punta di esitazione. Per timore di imbattermi nelle lunghe digressioni morali o nella densità monumentale tipica dei successivi giganti dell’Ottocento slavo, ho scelto questo racconto che si è rivelato fulmineo, affilato come una lama e incredibilmente moderno, scritto nel 1833 nel pieno della maturità espressiva dell’autore.
Al centro della storia pulsa lo scontro frontale tra la fredda razionalità matematica e l’irrazionalità profonda del gioco d’azzardo. Puškin non si limita a descrivere questa dinamica; la trasforma in un thriller psicologico venato di gotico.

Il fascino dell’opera affonda le radici nella cronaca del tempo. La spettrale, sgradevole e potentissima vecchia contessa del romanzo non è un mero parto della fantasia dell’autore, ma ricalca un volto ben preciso della San Pietroburgo dell’epoca: la contessa Natal’ja Petrovna Golicyna.
Nota nei salotti più esclusivi come la “Princesse Moustache” — la Principessa Baffuta — a causa di una leggera peluria che le rigava il volto in tarda età, Golicyna era una forza della natura. Aveva respirato l’aria della corte di Versailles prima della Rivoluzione Francese e dominato i balli russi fino a ottocento inoltrato, incutendo un timore reverenziale persino negli zar. L’aneddoto all’origine del racconto era un segreto di famiglia che il giovane nipote della contessa confidò a Puškin. Disperata per un’enorme perdita al gioco patita a Parigi in gioventù, la donna aveva recuperato la fortuna grazie a una combinazione magica di tre carte svelatale dal misterioso Conte di Saint-Germain, celebre alchimista e occultista dell’epoca.
La finzione letteraria si ancora così a una dimensione vivida. Hermann, il protagonista del racconto, non sfida semplicemente un fantasma; sfida un intero secolo — il Settecento sfarzoso, aristocratico e inaccessibile — incarnato da una donna che rifiuta di cedere i propri segreti alla nuova e arida borghesia avanzante.
Il vero motore esoterico della narrazione è la sequenza delle tre carte vincenti che lo spettro della contessa defunta rivela a Hermann: il tre, il sette e l’asso.
L’opera si apre con una finta epigrafe rubata a un libro di divinazione: “La dama di picche significa segreta malevolenza”. È un avvertimento, che Hermann decide deliberatamente di non cogliere.
Nella Bibbia il tre rappresenta la pienezza spirituale, mentre nella Cabala simboleggia l’Intelligenza che dà forma all’energia originaria. Per Hermann è la prima carta giocata — la scintilla dell’illusione, il momento in cui la mente calcolatrice crede di aver intrappolato la fortuna in una gabbia logica.
Segue il sette, numero sacro del compimento, legato nella tradizione mistica alla vittoria e alla stabilità. Quando Hermann punta sul sette e vince, l’euforia è totale; sente che il patto con l’aldilà è sigillato e che il mondo è ai suoi piedi.
Infine l’asso, il principio primo, l’unicità e la totale autonomia. L’asso dovrebbe incoronare il protagonista come un dio in terra, finanziariamente indipendente, libero dal bisogno.
L’ambizione egoistica dell’Uno si frantuma però contro il destino. All’ultimo tavolo, convinto di stringere l’asso tra le dita, Hermann si ritrova a fissare la Dama di Picche. La carta sembra strizzargli l’occhio dal panno verde con le fattezze della contessa morta. L’ironia di Puškin si dimostra spietata: Hermann ha sostituito Dio con il denaro, cercando la pienezza attraverso un tavolo da gioco. Il suo contrappasso sarà l’isolamento totale della follia.
Puškin compie un miracolo di concisione attraverso una prosa asciutta, pulita, priva dei fronzoli sentimentali del primo Romanticismo. Proprio questo realismo geometrico rende l’elemento fantastico ancora più inquietante. Il soprannaturale si insinua nella normalità di una notte d’inverno a San Pietroburgo, lasciando il lettore nel dubbio costante se lo spettro sia reale o solo l’allucinazione di una mente malata.
Hermann si rivela, a tutti gli effetti, il padre spirituale di Raskol’nikov, il protagonista di “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Entrambi sono giovani di origini modeste, divorati da un’ambizione cupa e da un’idea fissa. Entrambi affrontano una vecchia megera convinti di poter calcolare matematicamente il proprio destino e di essere al di sopra della morale comune. Ma se Raskol’nikov intraprenderà un doloroso percorso di espiazione e rinascita spirituale, Hermann rimane intrappolato nella ripetizione ossessiva del suo delirio, condannato a sussurrare per sempre, nel silenzio di un manicomio, la sua sequenza maledetta: “Tre, sette, asso… Tre, sette, dama..”,.
Questo piccolo capolavoro si legge agevolmente in un pomeriggio ma la profondità va ben oltre il numero di pagine. Hermann non è un pazzo da favola gotica; incarna il profilo straordinariamente lucido di un uomo intrappolato nella ricerca della scorciatoia magica.
La psicologia del rischio si riflette anche sulle dinamiche della nostra contemporaneità. Molto della mentalità di Hermann sopravvive oggi nelle promesse del marketing moderno o nel miraggio del guadagno facile e immediato tramite algoritmi perfetti; la finanza speculativa, in fondo, siede spesso allo stesso tavolo da gioco del Faraone descritto da Puškin.
“La dama di picche” ricorda, con l’eleganza tagliente dei grandi classici, che quando tentiamo di controllare l’imprevedibile, è solo l’imprevedibile a controllare noi. Se cercate una lettura che unisca la tensione di un thriller alla profondità del simbolo, lasciatevi tentare da questo brivido russo.
Laura
Leggere – o rileggere – Puškin è sempre una buona idea. Grazie per il consiglio Laura, buona giornata.
Un’analisi davvero molto bella di un autore interessante e che riusciva a differenziarsi proprio grazie al suo stile differente per i tempi e a un personaggio stupendo. Ottimo lavoro.
Occhio al russo di Landolfi: bellissimo e letterario, ma lo è anche là dove Pushkin non voleva esserlo… fai un confronto con le versioni di Janovic (Marsilio), Polledro & Bazzerelli (BUR) e, soprattutto, Paolo Nori (Feltrinelli)
La maledizione della tre carte è immortale nell’opera di Čajkovskij (che però con lo spirito di Pushkin ci incastra poco, così come succede in Evgenij Onegin, capolavori, di Čajkovskij e Pushkin, del tutto differenti)