Ciao a tutti, sono Laura ed ecco un’altra mia recensione con un piccolo spunto di riflessione.
La lettura numero quaranta di questo 2026 è “L’isola del tempo perso” di Silvana Gandolfi — un libro “per bambini” pubblicato nel 1992 — che ho scelto perché trent’anni fa parlava già dell’ansia moderna di dover essere sempre “sul pezzo”.
Ho letto queste pagine tra il 28 e il 30 aprile, circondata dagli appunti sparsi che vedete spesso nelle mie storie, riflettendo su quanto sia diventato difficile concedersi il lusso di annoiarsi, ma quanto sia FONDAMENTALE.
Link per acquistare ➡️ https://amzn.to/42jfcOm
L’opera si apre con una dedica che ho amato all’istante: un inno ai “meravigliosi perditempo”. La Gandolfi suggerisce che la noia non sia un baratro, bensì il trampolino di lancio per l’impulso creativo. Quando è stata l’ultima volta che avete lasciato vagare la mente senza l’ancora di uno smartphone? Richiamando giganti come Hesse, Stevenson o Rousseau, il libro riabilita l’ozio: non pigrizia, ma condizione indispensabile perché l’anima possa fiorire.

La struttura narrativa è deliziosa e rivela una costruzione simbolica profonda per un testo classificato come “dell’infanzia” — etichetta che, come spesso accade, si rivela una gabbia stretta.
Sebbene la storia sia narrata da Giulia, la protagonista, un epistolario ci svela che l’autrice è in realtà una sua amica. Questo espediente crea un gioco di specchi affascinante.
La trama si muove tra due realtà: il mondo ordinario e l’Arcipelago, luogo dove approda tutto ciò che viene smarrito sulla Terra. Oggetti, animali e — qui l’autrice scava nel profondo — emozioni, sentimenti e memorie. C’è un vulcano da cui zampillano colori diversi (un’immagine che mi ha incantata) e un crepaccio che funge da portale.
Le cose possono tornare indietro, certo, ma questo non impedisce loro di perdersi di nuovo: è la ciclicità della vita.
Tuttavia, non tutto è idilliaco. L’incontro con i “bambini selvaggi” mi ha proiettata verso le atmosfere de “Il Signore delle Mosche”. Anche Giulia ricorda di aver visto il film da piccola, rimanendone turbata.
Più avanti, la riflessione si fa amara: ci sono cose che svaniscono definitivamente. Il coraggio, la speranza, l’ispirazione. Quando queste parti di noi naufragano, il libro suggerisce il compromesso necessario ossiq trovare il modo di andare avanti comunque, nonostante quel vuoto nel petto.
Il punto di rottura analitico più forte riguarda la distinzione tra i tipi di tempo. Non tutto il “tempo perso” ha lo stesso valore. Quello spensierato ci salva; quello sprecato per stupidità, burocrazia o nel traffico è un fumo nero che, se inalato, trasforma gli esseri umani in creature cannibali, ombre che abitano la palude.
Leggere queste righe oggi, in un’epoca dominata dalla dittatura della produttività a ogni costo, colpisce per la sua attualità. Già in quegli anni l’autrice citava il Giappone come apripista di una società iper-produttiva dove i bambini avevano agende da manager.
Il dramma è che questo tempo tossico, il “fumo nero” del libro, finisce per avvelenare tutti, trasformandoci in gusci vuoti dediti esclusivamente all’azione.
La scrittura è densa di immagini vive da quando racconta di personaggi che “masticano” la propria rabbia o della luna che “bagna” ogni cosa col suo chiarore argentato.
È una lettura che lascia una grande tenerezza per le cose perdute e una lucida preoccupazione per il tempo che stiamo smettendo di vivere.
Credete che nella nostra società ci sia ancora spazio per il “meraviglioso ozio” o siamo ormai intossicati dal fumo nero della produttività?
Qual è la “cosa persa” — un oggetto, un sentimento, un ricordo — che sperate sia approdata in quell’arcipelago e che vorreste veder tornare indietro attraverso il crepaccio?
Vi aspetto nei commenti, sono curiosa di leggere le vostre riflessioni.
Un abbraccio,
Laura.
PS, i bambini nel libro portano una fascia intrecciata con i “fili del discorso”, un’immagine poetica che lega il linguaggio all’identità e che mi è piaciuta tantissimo.
Rispondi