Ciao a tutti, sono Laura e oggi voglio parlarvi di un libro che ho terminato di leggere proprio qualche sera fa (per l’esattezza tra il 26 e il 28 maggio, mentre cercavo di ignorare la pila di scartoffie della mia azienda che mi fissava dall’angolo della stanza). L’ho approcciato con aspettative altissime, forse complice il fatto che l’idea di fondo mi toccava da vicino: in una settimana in cui mi era stato velatamente fatto notare che, dopotutto, «parlo troppo» – il solito, intramontabile cliché di genere che ci portiamo dietro come una zavorra – ritrovarmi tra le mani una storia che fa del silenzio forzato il suo fulcro mi sembrava quasi un segno del destino. Sto parlando di “Vox” di Christina Dalcher, pubblicato nel 2018, un romanzo che si inserisce prepotentemente nel filone della distopia femminista.
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La cornice in cui muoviamo i passi è quella di un futuro prossimo, terribilmente vicino, ambientato negli Stati Uniti (ma che, per estensione, diventa lo specchio deformante di tutto il mondo occidentale).
La scelta della struttura narrativa è, sulla carta, efficacissima: la Dalcher si affida a una voce narrante interna, in prima persona. La nostra protagonista non è nata all’interno del regime; lei ha vissuto pienamente la società precedente. Ricorda la libertà, le conversazioni libere, il rumore del mondo di prima e questa consapevolezza rende la sua sottomissione ancora più lacerante perché sa esattamente che cosa le è stato tolto.

Sfogliando il mio quaderno degli appunti, dove ho provato a mettere ordine tra le emozioni contrastanti della lettura (rigorosamente armata dei miei fidati evidenziatori neon), mi sono resa conto che il cuore del romanzo non sta tanto nella trama in sé, quanto in quattro nodi emotivi che l’autrice tesse attorno alla protagonista. Il primo è un sordo, logorante rammarico: quel senso di colpa retrospettivo per non aver lottato abbastanza, per aver assistito agli slittamenti impercettibili del potere senza opporsi prima che il regime si instaurasse definitivamente. A questo si lega un profondo risentimento verso l’universo maschile circostante, popolato da uomini indifferenti che, finché hanno potuto, hanno minimizzato la gravità della situazione, liquidando i primi segnali come esagerazioni. Ma la sfumatura più dolorosa è la rabbia profonda e viscerale che nasce dall’impossibilità di agire e dal pensiero straziante della condizione in cui vengono lasciate le figlie: una pessima eredità, un futuro muto che pesa sulle generazioni a venire come una condanna. Il tutto mentre, sullo sfondo, si consuma l’eterna ipocrisia della politica, dove si scopre che per i potenti, e solo per loro, si può sempre fare un’eccezione alla regola del silenzio.
Dal punto di vista dello stile, l’andamento del testo cerca costantemente di creare un senso di claustrofobia e disagio nel lettore. Tuttavia, devo essere onesta con voi: l’effetto finale subisce un leggero slittamento. Molte delle “distorsioni” e dei colpi di scena più forti sono in realtà già dichiarati o ampiamente intuibili dalla quarta di copertina, privando il testo di quell’elemento sorpresa che avrebbe giovato alla tensione. Superata la metà, il libro scivola purtroppo in dinamiche narrative già viste e abusate nel genere: sotterfugi, ribellioni sotterranee e fughe rocambolesche che sanno un po’ di già sentito e che smorzano l’acume dell’analisi psicologica iniziale.
C’è stato però il momento che mi ha costretta a fermarmi e a rileggere. L’autrice scrive: «E poi mi piace guardare le donne italiane. Parlano con le mani; con tutto il corpo, con tutta l’anima. E cantano».
Mi ha colpita moltissimo questa celebrazione della nostra espressione così fisica, totale, che va oltre la parola parlata e diventa quasi un atto di identità.
Nei ringraziamenti – che di solito sono un rito formale, ma qui vibrano di calore – la Dalcher confessa la speranza che la sua storia possa far riflettere e, soprattutto, far “arrabbiare” chi legge. Beh, l’obiettivo è stato centrato a metà: il libro mi ha lasciato una nota di delusione. Sinceramente le premesse erano grandiose, ma l’esecuzione si è persa in una struttura troppo convenzionale per una tematica così grave. Resta comunque una lettura che scuote, che ci ricorda quanto la parola sia il bene più prezioso che possediamo.
Laura
Alcuni spunti di riflessione:
1. Nel libro, il rammarico più grande della protagonista è non aver agito quando si avvertivano i primi segnali del cambiamento. Vi è mai capitato, nel vostro piccolo o nella quotidianità, di rimanere in silenzio davanti a un’ingiustizia e di pentirvene subito dopo?
2. La Dalcher descrive le donne italiane come creature che “parlano con tutto il corpo e cantano”. Quanto pensate che la nostra lingua e la nostra gestualità siano, intrinsecamente, una forma di libertà che diamo per scontata?
3. Se domani vi dicessero che avete a disposizione solo 100 parole al giorno, quali sarebbero le prime tre a cui non potreste mai rinunciare?
Della stessa autrice è molto bello anche quest’altro libro: https://wwayne.wordpress.com/2024/10/12/una-prof-speciale/. L’hai letto?
Mi hai fatto venir voglia di comprarlo, mi sembra davvero una trama interessante e la parte che mi ha attirato è quella degli scivolamenti, delle non resistenze a una dittatura che si sta instaurando. Io ho letto e visto la serie di “Ragazze elettriche” di Naomi Alderman e mi è piaciuto molto. Tu l’hai letto?
Per me sarebbe impossibile, quando parlo uso tutte le parole che mi vengono in mente, ma di solito le pondero tantissimo e infatti sono lenta a intervenire nelle conversazioni