Ciao a tutti, sono Laura.
Quando ho preso in mano “I frutti del vento” di Tracy Chevalier, sapevo già che si trattava di una lettura appagante. Questa autrice mi piace, senza se e senza ma. Mi intrattiene, ma c’è sempre profondità nei suoi scritti, quello spunto che mi accende la curiosità e mi fa aprire gli occhi su qualcosa di nuovo o su qualcosa che solitamente passa inosservato.
Prima di tutto analizzo il titolo italiano (e, sbirciando il traduttore, vedo che è Massimo Ortelio e quindi vado sul sicuro perché so che il suo lavoro è ben fruibile). L’originale, “At the Edge of the Orchard”, secondo me fa perno su una parola sola — edge — che è insieme luogo e condizione: margine, confine, limite. Il limitare del frutteto è uno spazio fisico preciso, ma è anche una soglia simbolica, e il romanzo vive interamente lì, in bilico tra il dentro e il fuori. “I frutti del vento”, invece, suggerisce qualcosa di più dolce, fragile, effimero come ciò che nasce dal vento e con il vento se ne va. È una scelta poetica, ma sposta l’asse. Addolcisce una storia che, in realtà, è aspra.
SPOILER
E nel romanzo si trova spiegazione sia al titolo inglese che a quello italiano: l’angolo del frutteto è dove lui ha la rivelazione sulla sua “origine” (in termini arboreri direi radici) mentre il frutto del vento è lui stesso perché si sposta, si allontana e segue il vento, come se non avesse radici.
Titolo dolce, come le mele Golden, ma storia asprigna come le mele giuste per il sidro.
Il frutteto, nel romanzo, non è mai solo un frutteto. Nell’Ohio di metà Ottocento piantare cinquanta meli equivaleva a una dichiarazione legale di possesso: un modo per dire alla terra e allo Stato “io resto”. La coltivazione diventa identità, promessa, radicamento. Per James, però, quella promessa si trasforma in ossessione. Numero degli alberi, età, varietà, malattie: tutto è misurato, catalogato, controllato. Mentre le api ronzano e i figli crescono quasi ai margini del suo sguardo, l’amore per le mele diventa totalizzante. Non perché James non ami la moglie, ma perché ama in modo sbilanciato. Gli alberi, a differenza delle persone, restano. Resistono al vento. E lui sceglie ciò che non lo abbandona.

L’esergo multiplo non è un semplice abbellimento. La mela attraversa il romanzo come simbolo stratificato: cura, tentazione, caduta. Dal mondo antico, dove era legata alla mELAnconia — quella tristezza vaga e immotivata che oggi chiamiamo malinconia, e che mantiene il vocabolo originale solo ambito medico come condizione clinica da trattare — fino alle etimologie contrastanti: malus come male, ma anche come rimedio; la radice indoeuropea che rimanda a ciò che è dolce e morbido, come il miele. La mela tiene insieme guarigione e colpa, nutrimento e pericolo. Non è un caso che la Chevalier la trasformi in un oggetto quasi sacro, in un santuario laico verso cui James compie il suo pellegrinaggio quotidiano.
Accanto a lui c’è Sadie, la moglie, e la scelta narrativa di darle la parola in prima persona è decisiva. La sua voce, percepita come eccessiva, disordinata, carica di negatività, viene spesso letta come meno affidabile rispetto alla terza persona focalizzata su James. Eppure è proprio Sadie a restituire la verità emotiva della storia. Litigare mentre si lavora insieme è normale, ci dice implicitamente il romanzo; smettere di ascoltarsi lo è meno. Sadie sente, assorbe, reagisce. James costruisce, pianta, accumula. I due vivono lo stesso spazio ma non la stessa realtà.
In mezzo a loro c’è Robert, il figlio che non assomiglia interiormente a nessuno dei due. E questa diversità li mette a disagio entrambi. Il suo sguardo costringe il padre a confrontarsi con i propri limiti e le proprie mancanze; la madre vi si sente giudicata, come davanti a uno specchio che restituisce un’immagine insopportabile. È facile conoscere gli altri, sembra suggerire l’autrice; è molto più difficile riconoscere se stessi.
Il momento della rivelazione — Robert non è figlio di James, ma dello zio — avviene in un luogo tutt’altro che neutro: “in quell’angolo del frutteto”. Ancora una volta, l’edge. Il confine. La soglia. In quell’istante Robert si immobilizzato e la madre capisce di averlo cambiato per sempre. Non c’è catarsi, non c’è liberazione. Solo una frattura che si aggiunge a un’altra. La frontiera, qui, non è più solo geografica ma emotiva e identitaria.
Il tema dei nomi permea il romanzo in modo silenzioso ma insistente. “Bisogna imparare a dare un nome alle cose”, si dice a un certo punto. Dare un nome è un atto di riconoscimento, ma anche di potere. Lo sanno Tremotino, “Io sono un gatto“, e lo sa questa famiglia che si chiama Goodenough: “buono a sufficienza”. Un nomen loquens, quasi beffardo.
Ma il nome va dato o va trovato? Siamo già qualcosa o lo diventiamo quando gli altri lo riconoscono?
La struttura del romanzo rafforza questa domanda. Dopo la prima parte, radicata nel frutteto e nella palude dell’Ohio, la narrazione accelera seguendo Robert attraverso una serie di esperienze che sembrano quasi elencate: marinaio, stalliere, soldato, cercatore d’oro, tra sequoie e nuovi commerci. Le lettere alla famiglia diventano sempre più rare, fino quasi a scomparire. Nella terza parte, la voce passa a Martha, la sorella, che intraprende il viaggio per raggiungerlo. Anche lei scrive lettere che non spedisce: vuole che il fratello legga tutto, anche se a posteriori, non gli riferirà un riassunto, vuole che lui viaggi idealmente con lei e non vuole tralasciare nulla.
Il romanzo è circolare. Parte dagli alberi e agli alberi ritorna. L’ultimo contatto con la famiglia passa ancora da lì. Non c’è un vero centro, solo margini che si toccano.
Nella nota finale, Tracy Chevalier dichiara apertamente il seme da cui è nato il libro: Johnny Appleseed, al secolo John Chapman, figura storica realmente esistita e citata nel romanzo. Come spesso accade nei suoi testi, l’autrice rende visibile il lavoro di ricerca: meli, paludi dell’Ohio, febbre dell’oro, sequoie, pratiche agricole, personaggi reali.
Resta, in chiusura, una domanda che non riguarda solo il romanzo. L’amore si coltiva o è innato? Forse, come un frutteto, richiede entrambi: un seme che esiste già e una cura ostinata che non garantisce nulla, ma non per questo sminuisce il tentativo.
Laura
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