Ciao a tutti, sono Laura. Oggi porto un romanzo che in Italia è inedito e, a dirla tutta, non so nemmeno se verrà mai tradotto.
Sto parlando di “Trois Nuits” di Stèphane Arnier e ho capito non sarebbe stata una lettura comoda già dalle prime pagine perché mette in tavola il tema del giudizio e di quanto sia facile stabilire il torto quando si resta al sicuro fuori dalla storia.
Tre notti. Tre personaggi. Tre giudizi.
Una struttura che sembra facile, ma – come nella vita – quando si pensa di aver capito tutto, basta un dettaglio per far crollare il terreno da sotto i piedi.

Leggendo, avevo la sensazione che il romanzo mi chiedesse continuamente: “Tu, al loro posto, cosa avresti fatto?”ed è una domanda a cui non è stato scontato trovare risposta.
I protagonisti di “Trois Nuits” non hanno niente dell’eroe classico, nessuna luce negli occhi e nessuna aura salvifica, solo errori. Una contadina in fuga, un ex uomo di legge e una guerriera.
Tutti colpevoli, ma quello che conta di più non è stato capire cosa hanno fatto, ma come la loro colpa li abbia “modellati”.
Keres, l’entità che li costringe a giudicare, è una presenza che non urla: sta lì e aspetta.
Più che una creatura soprannaturale, sembra la personificazione del verdetto senza appello, quello che non tiene conto del contesto, delle necessità o dell’impossibilità di agire diversamente.
Ogni verdetto è una ferita, sia per chi lo subisce sia per chi lo pronuncia. La giustizia non porta trionfo né senso di vittoria e rischia di perdere significato. Il male, in questo libro, a volte sembra persino comprensibile ed è questo che mi inquieta di più.
Il romanzo, alla luce di questo, smette di essere solo fantasy e diventa una riflessione scomodissima su quanto siamo pronti a etichettare, condannare, prendere posizione, spesso senza conoscere davvero la fame, la paura, la disperazione che spingono una persona a diventare “colpevole”.
Ho percepito ognuna di queste tre notti come una discesa verso un baratro silenzioso, dove le maschere indossate di giorno non reggono.
La tensione è creata da una narrazione lenta, psicologica, quasi soffocante. E più la storia procedeva, più io sentivo che la domanda vera non era “chi è colpevole?”, ma “quanto siamo disposti a pagare per sentirci nel giusto?”.
Quando ho chiuso “Trois Nuits”, ho capito che la condanna più crudele non è quella infetta al giudicato ma è continuare a vivere sapendo di aver deciso del destino di qualcun altro, senza poter essere certi di aver fatto la cosa giusta.
Questo romanzo non è consolatorio e non dà assoluzioni, ma io apprezzo sempre i libri che non costituiscono un rifugio, ma mi fanno guardare anche quello che preferirei non vedere.
Laura
P.S.
Ho letto “Trois Nuits” perché volevo mettere alla prova il mio rapporto con una lingua che ho studiato tempo fa e che, come tutte le lingue non praticate ogni giorno, tende a perdersi nei meandri della memoria.
Devo dire che il fantasy rende tutto più complesso: il lessico inventato, le sfumature oscure, i termini legati alla magia, alla morte, alla guerra, sono sempre più ostici rispetto a una narrativa realistica. Ma forse anche questo ha reso la lettura più intensa perché lenta e consapevole.
Eh anch’io vorrei riprendere in mano francese e tedesco perché anche se non li ho dimenticati e li capisco ancora ma non so parlarli, soprattutto il tedesco
Purtroppo la mia produzione orale “simultanea” non è più spontanea. In inglese non ho mai raggiunto buoni livelli di parlato
Capisco