Esperimento letterario: La capretta Djali di Esmeralda

Continuano gli esperimenti by Laura su Notre-Dame de Paris!

La frase «quasi confondendole mentre le contemplava, per l’intesa e amicizia che era tra loro» non insiste sull’addestramento, né sull’utilità dell’animale, ma sul legame profondo tra Esmeralda e la capretta, al punto che si fatica a distinguerle.

Djali non è un semplice animale da compagnia, ma una creatura che vive in una zona liminale, a metà tra l’affetto e la magia. La sua intesa con Esmeralda precede la parola, è una familiarità che non ha bisogno di spiegazioni.
Il collegamento con i famigli della tradizione folklorica e con certe figure della narrativa fantastica viene naturale, ma va considetato con cautela. Il famiglio, nella cultura europea, non è semplicemente un animale “magico”: è un prolungamento dell’identità e rispecchia l’umano che accompagna, lo protegge. Spesso è il punto di contatto tra ciò che è visibile e ciò che non lo è. Djali non parla, ma “sa”; non guida, ma partecipa.

Se penso a “Harry Potter”, mi vengono in mente animagus e patronus, e quindi la trasformazione e la proiezione. L’animagus è controllo: il mago sceglie una forma animale che lo rappresenta e la assume. Il patronus, invece, è una manifestazione involontaria, legata a un nucleo emotivo profondo, spesso non del tutto comprensibile nemmeno a chi lo evoca. In questo senso, Djali assomiglia molto più a un patronus che a un animagus perché non è Esmeralda che diventa capra, ma non è neanche lei che la domina.
Nei romanzi di Rowling, il patronus è una forza di difesa, ma Djali non salva Esmeralda, la accompagna condividendone la sua sorte, senza poterla deviare. Il loro legame non è un potere, è una comunanza di vulnerabilità. Tragico.

Quindi Hugo non usa l’intesa tra Esmeralda e Djali come risorsa narrativa per risolvere il conflitto, ma per intensificarlo. Quando vengono “quasi confuse”, non è perché l’una rafforza l’altra, ma perché entrambe soffrono la stessa esposizione: lo sguardo che le osserva non vede due individui, ma un’unica alterità da giudicare, da possedere, da punire.
Djali è memorabile anche se non è magica nel senso spettacolare del termine, ma nel senso più antico e disturbante. Rappresenta un legame che non produce potere, solo vicinanza. Non salva, non illumina, non insegna. C’è. E rivela quanto fragile possa essere anche chi non è solo, se non è mai davvero protetto.



Io non capisco le loro leggi, ma sentivo l’odore della paura. Alla Corte dei Miracoli l’aria sa di fumo, di sudore, di ferro arrugginito e di paura. Quella notte era più intenso del solito e io camminavo accanto a Esmeralda, adeguando la mia andatura al ritmo dei suoi passi. Quando è calma, il passo è leggero; quando è inquieta, il piede indugia appena. E, in quel momento, indugiava.

L’uomo che chiamavano Gringoire tremava come una foglia esposta al vento dell’inverno. Gli avevano messo il cappio al collo e io riconobbi subito il silenzio particolare che precede qualcosa di irreversibile.
Tutti lo fissavano sapendolo già perduto. Né odio, né compassione si poteva vedere negli sguardi perché, semplicemente, era già mezzo morto.

Poi la voce di Esmeralda risuonò, facendo vibrare l’aria. Non era supplichevole, né ribelle; ma era ferma, come quando mi chiama per nome. «Avete intenzione di impiccare quest’uomo?» disse. Io sollevai la testa. Quando lei parla così, qualcosa accade sempre.

Clopin rispose che, secondo le loro usanze, una donna poteva salvare quell’uomo, se lo prendeva come marito. Io colsi solo il tono: parla così chi esercita potere.
Le altre donne guardarono Gringoire con disprezzo, ma Esmeralda no. Non lo guardò come un uomo desiderabile, ma come una vita da strappare al nodo della corda.

Quando disse «Lo prendo», lo disse come si dice «Basta». Non con gioia, ma senza esitazione. Io, istintivamente, mi avvicinai a lei, perché sapevo che quel sì non era un dono, ma un sacrificio.

Il rito della brocca mi inquietò. La terracotta che si infrange ha un suono che non mi piace per nulla. Quando Gringoire gettò a terra la brocca, questa si spezzò in quattro pezzi e io sobbalzai Il Duca d’Egitto pronunciò il limite di quattro anni e il rito si considerò concluso.

La stanza dove ci condussero era povera, angusta e odorava di legno vecchio. Gringoire parlava troppo e rideva piano, cercando di sembrare diverso da ciò che era, ossia un uomo scampato alla morte per meriti non suoi. Io lo osservavo e sapevo che non nascondeva cattiveria, era soltanto molto sciocco, che spesso è anche peggio. Quando provò ad avvicinarsi a Esmeralda, io abbassai le corna, pronta, ma lei fu più rapida: vidi il suo pugnale alzarsi, più sicuro del pungiglione di un’ape.

«Mi sono sposata per salvarvi», disse. La sua voce era calma, ma irremovibile. Conosco quel tono: è lo stesso che usa con me quando una cosa non è negoziabile. Parlò del suo voto, del segreto legato all’amuleto, della promessa di castità. Io non capivo tutto, ma sapevo abbastanza. La sua purezza non era ingenua: era una scelta, custodita con ferocia.

Gringoire arretrò. Non si offese e non insistette. In lui c’era più paura che desiderio. Accettò, come fanno gli animali quando capiscono che è inutile lottare. Esmeralda si chiuse nella sua stanzetta e girò la chiave. Guardai Gringoire stendersi sulla cassapanca e appisolarsi presto. Dormiva male, come chi sa di non essere protagonista nemmeno del proprio destino.

Fin dall’inizio il loro matrimonio fu solo nominale. Una promessa vuota, come una campana senza battente.
Li vidi camminare insieme per le strade, lui un’ombra riconoscente di fianco a una ragazza libera e distante.

Per gli uomini questo è un fallimento. Per me no: una vita era stata salvata senza che un’altra si fosse spezzata.
Esmeralda, quella notte, tra una brocca rotta e un letto intatto, non trovò un amore che stringe, ma creò un legame che libera.

Laura

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