Ciao a tutti, sono sempre Laura e sempre con Notre-Dame de Paris. Cosa voglio fare? Ve lo spiego subito.
Nota dell’autrice
Da tempo mi accompagna un’idea che nasce tra la pietra e la parola. In “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo c’è un elemento che spesso sembra di contorno, ma su cui l’autore insiste: prima dei personaggi e prima della trama, c’è la cattedrale. Non è uno sfondo, ma protagonista; un personaggio di pietra, sì, ma non per questo meno vivo.
La cattedrale, pur vedendo tutto, è muta. Io mi sono chiesta cosa accadrebbe allora se le venisse concesso di non tacere. Se le gargouille, nate per sputare acqua e paura, e le statue dei santi, immobili sentinelle del tempo, potessero parlarsi tra loro quando la città non presta loro attenzione. Questo racconto nasce da lì, ho immaginato un dialogo notturno tra forme scolpite che osservano Parigi dall’alto da secoli e che di uomini ne hanno visti abbastanza da non farsi più illusioni.
La notte a Notre-Dame
Quando la notte scende su Parigi e la Senna la attraversa come una lama scura, tutti dormono, ma non Notre-Dame.
Una gargouille muove il collo, non molto, solo quanto basta per scuotere l’acqua rimastale in gola. Con il muso scheggiato e un’ala spezzata da un fulmine di secoli fa, guarda la città con un sorriso storto, ben diverso da quello scolpito dall’artigiano.
«Ancora luce», ringhia piano. «Non imparano mai.»
La statua di un santo, poco più in là, non gira il capo. I santi non amano i movimenti inutili. Ma la voce arriva, attraversando la pietra prima dell’aria. «La città non è fatta per imparare. È fatta per dimenticare e ricominciare.»
Un’altra gargouille ride, un suono scheggiato. «Parli come se ti riguardasse ancora. Da quanto tempo non scendi tra loro?»
«Da abbastanza tempo da sapere che non è cambiato nulla», risponde il santo. «Cambiano i nomi, le strade, le voci. Non il modo in cui si fanno male.»
Sotto di loro Parigi pulsa di carrozze, passi e ombre che si rincorrono: sembra vibrare di vita, ma dalla cattedrale appare fragile, mentre, inconsapevole, si consuma da sola.
«Li guardo da qui da trecento anni», dice la gargouille più vecchia, quella annerita dal fumo delle torce. «Si credono il centro. Non sanno di essere solo ospiti.»
«Ospiti inquieti», mormora un’altra statua con il volto segnato dalla pioggia. «Entrano, pregano e promettono. Poi escono e fanno l’opposto.»
Un fremito scuote l’aria quando qualcuno pronuncia un nome.
«Frollo», sputa una gargouille, lasciando cadere una goccia nera nel vuoto.
Il santo tace.
«Lui ascolta troppo», dice infine. «E ascolta male.»
«Vuole capire tutto», aggiunge la gargouille. «Come se la città fosse una formula.»
«Come se Dio fosse una serratura da aprire», conclude la statua. «E lui l’unico ad avere la chiave.»
Ridono, ma è la risata di chi ha già visto la stessa ossessione ripetersi con volti diversi, ma medisimo esito.
Poi, più piano, arriva l’altro nome.
«Quasimodo.»
Nessuno ride.
«È uno dei nostri», dice una gargouille. «Fatto di storture.»
«Non ci guarda come gli altri», aggiunge il santo. «Non ci chiede nulla.»
«La città lo teme», ringhia una gargouille. «Perché non sa dove metterlo.»
«La città teme ciò che non può controllare», risponde il santo. «O ciò che ne rispecchia la deformità.»
Per un momento tacciono tutti, ascoltando il rumore della città che non li sente.
«Noi restiamo», dice infine la gargouille più antica. «Loro passano.»
«E credono di lasciare tracce», aggiunge la statua.
La notte volge al termine e le voci si spengono una a una mentre la pietra torna immobile. Domani accoglierà di nuovo preghiere, inni e silenzi; non perché sia muta, ma perché ha già detto tutto.
Laura
Molto ben scritto e idea interessante, complimenti! 🙂
Grazie