“Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

Ciao a tutti, sono Laura.
Quando ho iniziato “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki (pseudonimo di Natsume Kinnosuke) pubblicato nel 1905, portavo con me aspettative alte, forse troppo. La fama del romanzo, il suo statuto di classico fondativo della modernità letteraria giapponese, l’idea di uno sguardo ironico e spietato affidato a un narratore felino mi avevano illusa circa un’esperienza diversa, più incisiva, più destabilizzante. Invece la lettura ha lasciato una sensazione di distanza, come se tra me e il testo si fosse creato uno spazio che non sono riuscita a colmare. Ho riconosciuto l’intelligenza dell’impianto, la finezza dell’osservazione sociale, la lucidità con cui Sōseki smonta le pose intellettuali e l’ego umano, ma pagina dopo pagina ho avvertito un affievolirsi del coinvolgimento e una ripetitività che ha finito per smorzare l’ironia invece di rafforzarla. È una delusione, non una polemica, nata proprio dal divario tra ciò che mi aspettavo di trovare e ciò che il romanzo, alla fine, è riuscito davvero a darmi.



Pubblicato per la prima volta a puntate, questo romanzo d’esordio nasce quasi per caso: inizialmente concepito come un singolo racconto, viene poi proseguito su insistenza dell’editore, con capitoli pensati per funzionare anche come unità autonome, leggibili ciascuna come un piccolo apologo satirico. Questa origine episodica resta percepibile nella struttura, ma non ne indebolisce il disegno complessivo; al contrario, contribuisce a quella sensazione di osservazione frammentaria e intermittente, tipica di chi guarda il mondo senza appartenervi davvero.

Il titolo giapponese, volutamente altisonante e solenne, tradisce una presunzione che stride con la figura del narratore: un gatto randagio, adottato quasi per inerzia da un insegnante povero, svogliato e lontano da qualsiasi aura di prestigio. È una dissonanza programmatica e Sōseki la sfrutta con lucidità perché nel tono magniloquente che promette grandezza si annida l’ironia dell’intero progetto: la voce narrante non è un eroe, non è un saggio, non è nemmeno un umano. È un gatto senza nome. «Non ho ancora un nome», dice all’inizio e questa mancanza non è un dettaglio aneddotico ma una dichiarazione di posizione. Non avere un nome significa non essere riconosciuti, non essere pienamente visti, non contare. Il fatto che venga chiamato semplicemente “il Gatto”, spesso con un tono che oscilla tra il paternalistico e il biasimo, dice molto più sugli umani che lo circondano che su di lui.

Il narratore è antropomorfizzato, ma non nel senso rassicurante o favolistico del termine. Il gatto pensa, osserva, giudica, e soprattutto prende nota. Il contesto è quello suburbano del Giappone dell’epoca Meiji, una società attraversata da un processo di modernizzazione rapida e confusa, in cui l’adozione di modelli occidentali convive con strutture mentali e gerarchie ancora rigide. Da questa posizione leggermente defilata, il gatto guarda gli umani muoversi, parlare, pontificare. Li descrive come esseri egoisti e vanitosi, incapaci di restare coerenti con le proprie convinzioni, pronti a cambiare idea non appena l’aria muta. Eppure, questa critica non si traduce mai in una semplice esaltazione del mondo felino. Anzi, a tratti emerge un sentimento ambiguo: più il gatto osserva gli uomini, più cresce in lui una strana sensazione di perdita di prestigio, come se il contatto con l’umanità lo costringesse a rivedere anche la propria presunta superiorità.

Uno dei nuclei più interessanti del romanzo sta proprio qui, in questa oscillazione continua tra giudizio e autocritica. Né gli umani né i gatti possiedono una visione davvero corretta di se stessi. Alcuni arrivano a intuire qualcosa, ma sempre in modo parziale, incompleto. Sōseki sembra suggerire che ogni tentativo di autodefinizione sia inevitabilmente viziato dalla posizione da cui si guarda. Ciò che non comprendiamo, ciò che ci sfugge, contiene spesso un elemento che si sottrae alla nostra valutazione e, proprio per questo, acquista un’aura di nobiltà. Gli uomini di mondo fingono di capire, gli studiosi costruiscono sistemi, espongono argomenti in modo artificiosamente complesso, ma questa pretesa di dominio intellettuale appare costantemente smascherata dall’ironia nera del narratore.

L’opera è accompagnata, nelle edizioni moderne, da note e glossari accurati. I riferimenti culturali, linguistici e sociali sono numerosi, e ricordano che “Io sono un gatto” è anche uno dei primi testi della letteratura giapponese a superare i confini nazionali, offrendo uno sguardo sulla società nipponica filtrato da “occhi esterni”. Lo stratagemma del narratore non umano consente a Sōseki di osservare il proprio mondo come se gli fosse improvvisamente estraneo e di farlo senza indulgenza, ma anche senza cinismo sterile.

Alla fine, ciò che resta non è una morale, il gatto non diventa un maestro, gli uomini non vengono redenti e nessuno conquista davvero una posizione di superiorità. Forse è proprio questa la conclusione implicita del romanzo: la consapevolezza che ogni pretesa di centralità, ogni sistema troppo ben oliato, meriti di essere osservato di traverso. Meglio ancora se da un gatto senza nome, che non ha nulla da perdere e tutto da notare.

Laura

3 pensieri riguardo ““Io sono un gatto” di Natsume Sōseki

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  1. Questi titoli forse mandano fuori strada, fanno pensare a storie un pó nosense, almeno a me fanno questo effetto. Comunque questo sembra davvero bello, magari lo leggerò

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