Ciao a tutti, sono Laura.
Fra pochi mesi il futuro immaginato da Bradbury diventerà passato, perché le “Cronache marziane” si chiudono nel 2026. È per questo che ho deciso di togliere questo libro dalla TBR, perché credo vada letto adesso, prima che sia tardi, prima che diventi un semplice reperto di fantascienza retroattiva.
Bradbury, però, ha sempre rifiutato di essere etichettato come autore fantascientifico, perché Marte per lui non è mai stato un pianeta scientifico ma un luogo dell’immaginario, una superficie mitica su cui proiettare desideri, paure, colpe, illusioni ed errori dell’umanità. È un autore del fantastico, quindi.
Nella nuova edizione le date sono state posticipate rispetto a quelle originarie degli anni cinquanta e questo piccolo slittamento temporale dice già molto, perché da una parte tenta di tenere vivo l’effetto profetico dell’opera, dall’altra ci mette davanti a una verità scomoda, cioè che il futuro non è qualcosa che aspettiamo, ma qualcosa che inseguiamo continuamente spostando l’asticella più avanti, come se avessimo paura di guardarci davvero dentro quando finalmente lo raggiungiamo.

Bradbury scrive le “Cronache marziane” con un registro alto, intriso di metafore, di immagini liriche, di silenzi che pesano più delle parole ed è una scrittura che richiede più attenzione rispetto a un libro di puro intrattenimento. Spesso il lettore resta spiazzato perché sembra mancare qualcosa, come se un tassello rimanesse sempre fuori posto. È una sensazione voluta, perché quella mancanza è lo spazio in cui siamo costretti a entrare noi, con la nostra interpretazione, con il nostro disagio, con la nostra responsabilità.
L’abilità di Bradbury si vede anche dal fatto che la violenza non viene mai mostrata in modo esplicito, è sempre suggerita, ma diventa – se possibile – più inquietante, più perturbante e più difficile da accettare.
All’inizio i marziani fanno paura, sono terrorizzanti, ma racconto dopo racconto ci si ritrova a provare empatia per loro e a riconoscerli come vittime e come civiltà che sta per essere spazzata via.
Questo cambio nello sguardo è uno dei meccanismi più riusciti dell’intero libro, perché fa partire dalla parte dei colonizzatori per portare, lentamente e senza sconti, dalla parte dei colonizzato.
Di colonizzazione si parla nel terzo, quarto e quinto racconto.
Qui Bradbury lavora su una dimensione più psicologica che horror, più perturbante che spaventosa nel senso classico; diventa chiaro quanto la presunzione coloniale renda ciechi, incapaci di vedere chi siano i veri mostri. Nel quinto racconto la colonizzazione vera e propria viene raccontata con l’immagine delle locuste, un simbolo che non ha bisogno di essere spiegato perché porta con sé l’idea biologica dell’invasione, del consumo totale, dell’avanzata che non lascia nulla dietro di sé se non terra secca.
C’è poi il racconto della cristianizzazione, che è una delle pagine più feroci sul colonialismo culturale, perché i missionari tentano di appropriarsi dei simboli marziani per piegarli alla loro religione: il Cristo marziano diventa un cerchio, una figura che non ha nulla a che fare con la croce, eppure viene forzata dentro un sistema estraneo. Mi è venuto in mente un collegamento con Dan Brown e il suo ultimo libro in cui dichiarava che il simbolo religioso più ricorrente sia proprio l’aureola, quindi un elemento circolare. Ma il pensiero si è fermato lì, non ho trovato nessuna riflessione utile su questo.
Bradbury mostra con questo racconto che l’occupazione non passa solo dalle armi, ma anche dai simboli, dalle parole, dalle immagini attraverso cui una civiltà si racconta.
Il racconto dei neri che raccolgono i soldi per comprarsi un razzo e partire per Marte è un manifesto esplicito di denuncia del razzismo: è narrato dal punto di vista di un bianco che non riesce ad accettare l’idea che le persone che ha sempre disprezzato possano andarsene, emanciparsi, scegliere un altro orizzonte.
L’uomo dice «ottengono ogni giorno qualcosa di nuovo, guadagnano quasi quanto un bianco, cosa vogliono ancora?» ed è un pensiero che spiazza per quanto sia ancora attuale.
Poi, quando dice «fino all’ultimo mi ha chiamato “signore”» si palesa il senso più vero di quell’odio, che non è economico né sociale, ma identitario, perché senza l’altro gli resterebbe da disprezzare nessun’altro che non se stesso.
In una delle parti più spietate del libro Bradbury racconta la soppressione della fantasia, l’eliminazione delle favole, dei racconti, dei simboli, ed è impossibile non vedere in quell’embrione l’anticamera di “Fahrenheit 451”, dove i libri vengono bruciati perché pericolosi.
Qui il mio pensiero si è allargato anche a “La storia infinita” di Ende perché in entrambi i casi la morte della fantasia coincide con la dissoluzione dell’umanità, con il nulla che avanza, con l’incapacità dell’uomo di immaginare se stesso al di fuori del consumo, del potere, del controllo.
Come in Ende, anche in Bradbury salvare l’immaginazione significa salvare il futuro, non in senso tecnologico, ma in senso esistenziale.
Nel 2026, la casa domotica che continua a preparare la colazione per una famiglia che non esiste più diventa una delle immagini più profetiche del Novecento: tutto ciò che è umano viene cancellato mentre ciò che non è umano viene umanizzato. La casa parla, ricorda, organizza, mentre dell’uomo resta solo una sagoma nera impressa nel muro, come a Hiroshima, come in ogni luogo in cui la civiltà si è consumata nella sua stessa presunzione.
Nell’ultimo racconto, quando il bambino chiede di vedere i marziani, il padre lo porta sull’acqua, gli mostra il loro riflesso e dice «siamo noi i marziani», e in quel momento tutto si chiude, perché l’alieno non è più l’altro, l’alieno siamo noi che siamo diventati ciò che temevamo, ciò che inseguivamo, ciò che credevamo di poter dominare.
L’introduzione di Bradbury e la postfazione di Tristan Garcia aiutano a leggere tutto questo con ancora maggiore lucidità, perché da un lato Bradbury rivendica la natura mitica delle “Cronache marziane”, la loro appartenenza alla dimensione del sogno, dell’intuizione, del racconto archetipico più che della previsione scientifica, dall’altro Garcia ci mostra come Marte sia insieme l’Altro, l’oggetto del desiderio, la donna sedotta e violata, l’America colonizzata e colonizzatrice, il futuro che l’uomo distrugge proprio mentre lo conquista, e come alla fine i marziani siamo sempre noi, con le nostre paure, le nostre colpe, i nostri sogni malati.
“Cronache marziane” va letto adesso, prima che anche noi diventiamo solo una sagoma impressa su un muro della storia. Leggerlo significa guardarsi allo specchio nel modo più scomodo possibile, perché Bradbury non parla di razzi, ma di desiderio; non parla di motori, ma di violenza; non parla di progresso, ma di responsabilità.
Se volete, raccontamite nei commenti la vostra esperienza con questo libro, ditemi che cosa vi ha ferito, che cosa vi ha spiazzato e che cosa vi è sembrato di riconoscere nell’alieno.
Laura
Fahrenheit 451 lo voglio recuperare da parecchio, la tua recensione mi ha incuriosita molto e credo che recupererò anche questo, magari
Il 2026 è il suo anno 😂😂