Un dettaglio apparentemente marginale apre “Un cavallo per la strega” e che, come spesso accade con Agatha Christie, si rivela una piccola chiave di lettura: un tramezzino – o meglio, qualcosa che assomiglia a un toast – con banana e pancetta affumicata, liquidato come una tipicità di quartiere, Chelsea, e giudicato “buono” nonostante una certa perplessità iniziale. È un incipit domestico, quasi dimesso, e proprio per questo straniante. Prima della morte, del mistero, del cavallo pallido dell’Apocalisse, c’è un uomo che mangia qualcosa di bizzarro senza farne un caso.
Il riferimento culinario apre un gioco di rimandi culturali curioso. Banana e pancetta fanno immediatamente pensare al celebre panino di Elvis Presley, simbolo di un eccesso americano diventato mitologia pop, fatto di abbondanza, stravaganza e culto della personalità. Ma Elvis nasce nel 1935, esplode a metà degli anni Cinquanta e diventa icona globale proprio mentre Agatha Christie, già affermata, pubblica “The Pale Horse” nel 1961. Temporalmente, dunque, non siamo in un territorio di citazione consapevole, quanto piuttosto in una convergenza involontaria: la stessa combinazione alimentare appartiene a mondi simbolici opposti che in Elvis è esibizione, in Agatha Christie è quotidianità.

Mark Easterbrook mangia quel panino pur trovandolo strano, lo accetta senza entusiasmo ma non lo rifiuta. Questo può far intendere al lettore che non sia un edonista né un puritano, ma una persona che osserva il mondo con curiosità e che non si irrigidisce davanti all’anomalia. Questo dettaglio apparentemente insignificante ci prepara al personaggio: uno scrittore, non un detective professionista, qualcuno che non cerca il sensazionale ma che è disposto a prendere in considerazione anche ciò che non capisce. Il panino diventa una dichiarazione di metodo: il bizzarro non va respinto, va assaggiato, osservato, messo alla prova.
Da qui si entra nel cuore del romanzo, che ruota intorno al simbolo più potente e ingombrante possibile: il cavallo bianco dell’Apocalisse, il quarto cavaliere, la Morte. La Christie tira in ballo deliberatamente un immaginario assoluto, carico di terrore metafisico, per poi svuotarlo dall’interno. La promessa implicita è quella di un male sovrumano, di una forza diabolica che agisce dall’ombra, ma – pagina dopo pagina – diventa chiaro che il vero oggetto dell’indagine non è il soprannaturale, bensì la paura del soprannaturale.
La riflessione sul male è esplicita e radicale, afferma che il male non è qualcosa di superiore all’umano ma di inferiore. Il criminale non è un genio oscuro, non è un titano morale al rovescio, ma un essere impoverito, ridotto. Vuole superare gli altri, ma non potrà mai riuscirci, perché sarà sempre inferiore a ogni creatura umana. Qui il male non è incompatibile con l’uomo perché troppo grande, ma perché troppo piccolo. È una perdita di valore morale, non un abisso affascinante.
Da questa prospettiva nasce una conclusione ancora più dura: chi fa del male smette di essere umano non perché diventa mostro, ma perché rinuncia a ciò che rende umani.
La scelta del narratore in prima persona rafforza questa impostazione. Mark Easterbrook racconta e indaga, ma non ha lo sguardo infallibile di Poirot né l’ironia di Miss Marple. È fallibile e a tratti disorientato.
La vera dichiarazione finale del romanzo, io l’ho trovata a metà racconto, tra le parole di una testimone e confermata da tutta la struttura narrativa: il male diabolico resta spaventoso finché non viene spiegato, ma una volta rivelato il meccanismo, ciò che emerge è qualcosa di molto più inquietante. Non sono le streghe onnipotenti con rituali arcani, ma sono i mariti che uccidono le mogli per sposare le governanti, impiegati che rubano, persone comuni che sfruttano la credulità altrui. Il soprannaturale serve solo a distogliere lo sguardo dalla responsabilità umana.
La conclusione che se ne può trarre è amara e attualissima. Temere il diabolico è rassicurante, perché lo colloca altrove mentre riconoscere che il male è ordinario e quotidiano è molto più destabilizzante. L’autrice non ci invita a credere meno, ma a guardare meglio, perché il male non arriva con i fuochi d’artificio, ma si nasconde nel quotidiano.
Laura
Queen Agatha <3
Veramente interessante, magari lo recupererò
Si mi è piaciuto