“La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl

La lettura di “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dahl, pubblicato nel 1964, è una di quelle esperienze che cambiano natura a seconda dell’età del lettore. Da bambini la si attraversa come una favola nera e zuccherina, da adulti si scopre che sotto il cacao scorre un fiume di fame vera, di lavoro, di industria, di educazione mancata e di violenza simbolica perfettamente organizzata.
Le illustrazioni, affidate a Quentin Blake, non addolciscono il testo ma lo accompagnano con una linea nervosa e caricaturale che amplifica il grottesco, rendendo i bambini figure elastiche, deformabili, già pronte a essere trasformate dalla fabbrica come materia narrativa e morale.
Non è casuale che alcune edizioni moderne includano una nota del curatore sull’evoluzione di Roald Dahl come autore che in questo romanzo se la prende apertamente con i bambini viziati, esaltando l’umiltà, la rinuncia, la disciplina quasi ascetica di Charlie. Ma a partire dagli anni Ottanta, da “Le streghe” a “Matilde”, fino a “La formula magica” e “Il GGG”, il bersaglio cambia: non più i bambini, ma gli adulti responsabili della loro diseducazione. Dahl restituisce ai più piccoli il diritto alla ribellione, persino alla vendetta simbolica. La fabbrica di cioccolato è quindi un testo di passaggio.



Il romanzo ha avuto più di una trasposizione cinematografica: il film del 1971 diretto da Mel Stuart, quello del 2005 di Tim Burton con Johnny Depp, il film d’animazione del 2017 con Tom e Jerry e infine il prequel “Wonka” del 2023, che guarda esplicitamente al primo adattamento. Ogni versione sposta l’asse: dal moralismo fiabesco alla psicologia eccentrica, fino alla mitologia industriale del personaggio.

L’ambientazione è un’Inghilterra profondamente proletaria. Il narratore è esterno e dichiaratamente presente: si rivolge ai lettori, li ammonisce, chiarisce, giudica. È una voce che non finge neutralità e che trasforma la storia in una macchina educativa consapevole.
Il primo grande tema è la povertà con la fame reale, non metaforica. Quando Charlie trova una moneta per strada, dopo essersi assicurato che nessuno l’abbia persa, pensa subito al cibo. Compra una tavoletta di cioccolato, ma porta il resto alla madre. Qui Dahl intercetta una realtà ancora diffusissima negli anni Sessanta, quando molte famiglie vivevano con difficoltà tali da rendere questa scena immediatamente riconoscibile.
Da qui, la mia vena economica apre un excursus. Cosa farebbe oggi un bambino? Quale sarebbe il primo pensiero? Il desiderio immediato? L’oggetto? Il brand? Il testo, riletto oggi, diventa una domanda aperta sull’educazione finanziaria, sul risparmio e sulla delega della gestione del capitale. È davvero una materia nuova o qualcosa che abbiamo semplicemente disimparato? Siamo di nuovo poveri o abbiamo solo smesso di saper gestire la scarsità?

Il secondo asse tematico è l’industria. Segreti industriali, fabbrica chiusa, catena di produzione invisibile. La classe operaia, all’epoca la più ampia, trova qui una facile immedesimazione. Wonka è l’imprenditore geniale ma anche l’industriale paranoico, che elimina il lavoro umano sostituendolo con gli umpa-lumpa.

Ed è impossibile ignorare il terzo tema, non meno problematico: il colonialismo. Gli umpa-lumpa sono descritti come esseri “felici di essere comandati”, trattati come risorse più che come individui. Lo sfruttamento è normalizzato, reso fiaba. È uno dei punti in cui il testo mostra la sua età storica e chiede una lettura critica, non difensiva.

I bambini sono archetipi morali, incarnazioni di vizi capitali e atteggiamenti sociali: Augustus Gloop è la gola, Violet Beauregarde una superba che si gonfia letteralmente, Veruca Salt è l’avarizia capricciosa che finisce tra i rifiuti come merce difettosa, Mike TiVu l’accidia tecnologica, ridimensionato fino a diventare oggetto. Charlie Bucket, come un Dante bambino, è il giusto che attraversa l’inferno senza macchiarsi e viene elevato.

Willy Wonka è la figura liminale per eccellenza. Non è giudice, non è carnefice, non è padre, è uno psicopompo industriale che accompagna i bambini verso la loro punizione, che io vedo come un contrappasso dantesco. E l’ascensore di cristallo non è solo un’invenzione: è una promessa di ascesa, di eredità, di successione morale.

Nasce poi nella mia mente un curioso WHAT IF: Cosa sarebbe successo se Charlie non avesse trovato il biglietto? Chi avrebbe potuto trovarlo? Che ne sarebbe stato dell’eredità di Wonka?

La fabbrica di cioccolato è uno degli ultimi ritratti di una società urbana speranzosa e proletaria, prima che il consumo diventasse identità e l’infanzia un mercato. Un libro che continua a funzionare perché, come la fabbrica stessa, non smette di mettere alla prova chi entra.

Laura

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