“Esmeralda e la festa a palazzo” (Seconda e ultima puntata) di Laura Canepa

Cos’è successo nella prima puntata?👇🏻

Prima puntata

Alla festa, tra dame ingioiellate che sembravano candelabri e cavalieri con parrucche arricciate, l’ingresso di Esmeralda passò inosservato, ma quando iniziò a muoversi nel salone nessuno rimase indifferente. Le donne, con invidia, si chiedevano come potesse attirare tutti quegli sguardi pur essendo vestita così semplicemente.
Anche il principe, annoiato da inchini e conversazioni di circostanza, la notò. Sembrava che la musica le nascesse da dentro. Le si avvicinò. «Non sembrate avvezza a questi stucchi dorati, milady.»
Esmeralda lo guardò dritto negli occhi, senza timore. «Preferisco l’oro delle stelle a quello dei soffitti, altezza. Sotto la volta celeste mi sento libera come l’aria.»
Il principe rise di una risata vera. «Allora venite via di qui. Troviamo un posto dove si possa respirare.»
Passarono la sera sulla terrazza e non parlarono di feudi o di doti, ma di come la Senna cambia colore quando piove, del profumo del pane all’alba e del suono misterioso delle campane quando il vento le sfiora. Esmeralda gli raccontò della sua danza segreta e di come la pietra della cattedrale sembri viva sotto i piedi nudi. Il principe la ascoltava, affascinato non solo dalla sua bellezza, ma dalla sua anima infuocata, così diversa da tutto ciò che conosceva.
La serata passò in fretta e il primo rintocco della mezzanotte, profondo e grave, tuonò dalla torre di Notre-Dame, attraversando tutta Parigi fino ad arrivare al palazzo.
Esmeralda sussultò, svegliandosi da un sogno. «La Grande Martha chiama. Devo andare.»
«Restate!» la supplicò il principe, prendendole una mano. «Non so nemmeno il vostro nome.»
«Il mio nome non conta. Conta ciò che abbiamo vissuto stasera.» Si liberò dalla sua stretta e fuggì. Corse giù per le scalinate di marmo, agile come un gatto. Nella fretta, una delle sue scarpine di pelle scura si sfilò sul penultimo gradino, ma non si fermò a raccoglierla.
Quando l’eco dell’ultimo rintocco si dissolve nell’aria, Esmeralda era di nuovo nei suoi stracci, ansante, davanti alla sua porta. Ma il cuore le batteva forte, pieno di una musica nuova.

Il principe la cercò, non mandò servitori con cuscini di velluto per provare la scarpina, ma andò lui stesso, a cavallo, sporcandosi gli stivali nel fango dei vicoli di Parigi che non aveva mai visitato.
L’euforia magica della notte della festa era svanita, lasciando il posto alla cruda luce del giorno. La città sembrava più grigia  e più dura. Dopo giorni, arrivò infine alla piccola piazza all’ombra della grande cattedrale.
Esmeralda era lì, inginocchiata sul sagrato, intenta a strofinare con forza una macchia sulla pietra, i capelli legati sotto uno straccio, il vestito logoro e sporco.
Il principe scese da cavallo. Il rumore degli zoccoli fece voltare la ragazza e i loro sguardi si incrociarono, senza bagliori magici. Lui vide la stanchezza sul suo viso giovane e le mani arrossate dall’acqua gelida. Lei vide lo sfarzo dei suoi abiti che strideva con la povertà del luogo.
Le si avvicinò lentamente ed estrasse dalla giubba la scarpina di pelle, un oggetto semplice che nelle sue mani inanellate sembrava fuori posto.
«È vostra» disse.
Esmeralda si alzò, asciugandosi le mani sul grembiule, guardò la scarpa come si guarda un vecchio giocattolo, amato ma ormai inutile.
«Appartiene a una ragazza che ha danzato per una sola notte, altezza» rispose con voce ferma  «Quella ragazza non esiste qui di giorno.»



Il principe fece per parlare, per dirle che l’avrebbe portata via e che l’avrebbe coperta di seta, ma le parole gli morirono in gola. Guardò la cattedrale imponente dietro di lei, poi guardò i suoi occhi fieri e liberi.
Capì, con una fitta dolorosa, che portarla a palazzo sarebbe stato come strappare un gargoyle dalla sua torre per metterlo su un piedistallo in un salotto dorato. Sarebbe appassita. La sua danza, che nasceva dal vento e dalla strada, si sarebbe spenta tra le mura di corte.
«Non posso chiedervi di rinunciare al vostro cielo per i miei soffitti dipinti, vero?» mormorò lui, con una tristezza nuova nella voce.
Esmeralda scosse la testa e un sorriso malinconico le sfiorò le labbra. «Il mio posto è qui. Notre-Dame ha bisogno di qualcuno che ascolti il suo respiro. E io… io non saprei fingere, nemmeno per voi.»

Il principe non insistette, si inchinò profondamente, prese la mano ruvida e sporca di Esmeralda e la baciò con un rispetto che non aveva mai mostrato a nessuna regina.
«Grazie» disse lui, «per avermi mostrato la vera Parigi, anche solo per una notte.»
Posò delicatamente la scarpina sull’ultimo gradino di pietra, accanto ai piedi nudi di lei. Un ultimo omaggio. Poi risalì a cavallo e si allontanò senza voltarsi indietro.

Non si rividero mai più. Il principe non sposò mai nessuna dama di corte e divenne un re noto per la sua saggezza e per la sua attenzione verso i quartieri più poveri della città, perché ora sapeva guardare con occhi diversi.
Esmeralda non divenne una principessa e continuò a lavorare duro. Le comari e la mannana non seppero mai la verità, ma lei conservò la scarpina e ogni sera, quando il sole calava e la città rallentava il ritmo, usciva sul sagrato: danzava per la pietra, per il cielo, per le ombre. E la sua danza, da quella notte in poi, ebbe una grazia nuova e profonda: la grazia di chi ha toccato una stella, ma ha scelto liberamente di tornare a camminare sulla propria terra.

Laura

FINE

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