“L’isola della paura – Shutter Island” di Dennis Lehane

Ciao a tutti, sono Laura e oggi recensisco uno di quei romanzi che oscillano tra realtà e illusione perché in questo periodo ho bisogno di storie che mi mettano alla prova più che consolarmi.
“L’isola della paura” di Dennis Lehane è capitato sul mio comodino per una casualità: a Elena capita spesso di comprare doppioni che vanno poi a ingrossare le fila della mia mastodontica TBR.
La storia non mi è nuova, l’ho conosciuta attraverso il film di Scorsese, interpretato da Leonardo DiCaprio e Ben Kingsley. Quando si affronta il libro dopo aver visto il film, si cammina lungo un sentiero già conosciuto: l’effetto sorpresa è attenuato, ma resta la forza dell’atmosfera, della tensione psicologica, delle ambiguità costruite da Lehane. La lettura diventa un’indagine non tanto per cosa accade, ma per come viene raccontato.

La copertina dell’edizione che ho letto è sorprendentemente eloquente, una metafora del romanzo.
Al centro, un’isola scura, avvolta da toni nerissimi e grigio-blu, contiene il faro, unico punto di orientamento. Tutto è immerso nell’ombra, tranne una fiamma viva: una macchia di colore intensa, isolata, quasi artificiale. La fiamma illumina ma non riscalda. Sulla parte alta della copertina campeggia Leonardo DiCaprio, riferimento esplicito alla trasposizione cinematografica, il cui volto è vicino alla luce, ma resta nel gelo cromatico del resto dell’immagine. È già il primo indizio che nulla in questa storia porterà chiarezza senza inganno.



La vicenda si colloca nell’estate del 1954, tra Boston e l’isola di Shutter Island, sede dell’Ashecliffe Hospital, un istituto psichiatrico per criminali pericolosi. È un periodo di transizione: la psichiatria sta passando dalla chirurgia estrema all’uso dei farmaci; emergono pressioni politiche, economiche e militari. Lehane cita in nota tre testi, fonti effettive per comprendere i trattamenti psichiatrici dell’epoca e le testimonianze sugli ospedali.

L’apertura è affidata a uno stralcio del diario di un medico. Poi il romanzo procede per giornate, ognuna scandita in capitoli dedicati a un personaggio. La voce narrante è esterna, ma inaffidabile: osserva, suggerisce, insinua, ma non offre certezze. La forma “a giornate” crea un’illusione di metodo, quasi una cartella clinica narrativa.

Rachel che si è “dissolta”.
Laeddis, il paziente inesistente
Il paziente 67, il numero 13 (6+7) che rimbalza nel romanzo come un enigma e richiama superstizioni.
Il cattivo marinaio con il luogo-grotta che assume una funzione archetipica. È simbolo del grembo materno ma anche dell’interiorità: uno spazio oscuro dove si può entrare solo perdendo la propria identità per un istante, è il posto dove si sente il rimbombo del proprio dolore.

Sottotraccia vibra la storia collettiva: la liberazione dei campi nazisti, la fine della guerra, il trauma di chi ha visto troppo. Teddy è un uomo della transizione, schiacciato tra la violenza del passato e la narrazione che se ne fa nel presente. Il romanzo mette in scena lo stress post–traumatico prima che fosse definito come categoria clinica.

La lettura è godibile e ben costruita, anche se conoscere già il film mi ha tolto gran parte dell’inganno. Rimangono tuttavia i momenti di angoscia, i dialoghi tesi, i dubbi che si insinuano nella mente del lettore.

Il romanzo funziona ancora oggi perché parla della fragilità della verità e di quanto sia labile il confine tra ciò che ricordiamo e ciò che scegliamo di ricordare.

Se questa storia vi intriga quanto ha intrigato me, raccontatemelo nei commenti. Oppure suggeritemi un titolo che metta in crisi le certezze: adoro quando una lettura apre una crepa e da lì entra aria nuova.

Laura

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